Fonte: Il Mattino
di Paola de Ciuceis
«A Giovanni Brancaccio di Capri gli piaceva tutto. Il verde delle piante e il bianco delle rocce. Il mare, il campanile, le stradine, l’architettura, i belvedere. L’aria. Le persone. Capri era materia prima, era allenamento e nutrimento». Così, un testo inedito di Luisa Brancaccio racconta l’intenso legame del nonno con l’isola che scelse come buen retiro estivo e che ora gli rende omaggio su impulso della Fondazione Serena Messanelli Zweig nell’ambito della missione di «restituire visibilità a quegli artisti che hanno legato il proprio nome e lavoro all’isola, spesso senza riceverne il giusto riconoscimento». A cura di Bruno Flavio e Massimo Esposito in collaborazione con il figlio Ettore Brancaccio, negli spazi della fondazione (via mons. Carlo Serena 5), la mostra su Giovanni Brancaccio (1903-1975), si aggiunge a quelle già dedicate a Sergio Rubino e Mario Laboccetta. E celebra l’artista napoletano di Pozzuoli che, fondatore degli Ostinati e scenografo dei De Filippo, tra gli anni Trenta e i Settanta, trovò ispirazione nelle atmosfere e nelle frequentazioni capresi da Edwin Cerio a Norman Douglas a Curzio Malaparte, Jean Paul Sartre, Roger Peyrefitte, Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti e tutti gli altri che assieme a lui ruotavano attorno al Piccolo Bar. In un percorso che attraversa l’intero arco espressivo di Brancaccio con tutta la varietà di tecniche che amava adoperare, tra oli e tempere, incisioni, disegni e sculture animate da sinuose figure di bagnanti e satiri marini spesso dal tratto inquieto, la mostra si sofferma sulle opere dedicate a Capri rimaste inedite: terrazze dense di luce, rocce aggettanti e scorci dei Faraglioni osservati nei lunghi e appassionati soggiorni capresi. Il risultato è un viaggio nella storia dell’arte del secolo scorso: si parte dagli anni Trenta, con la stabilità geometrica e l’equilibrio del Novecento italiano, raccontati attraverso oli e tempere lucenti. Con la guerra l’equilibrio cede a una travolgente e inedita tensione espressionista, le figure si deformano. Nel dopoguerra Brancaccio fonde la tradizione barocca napoletana con le lezioni cromatiche degli affreschi di Pompei in una pittura libera, materica, «intrisa di una sensualità potente, popolata da bagnanti sinuose e mitologici satiri marini». In esposizione sino al 20 luglio.


















