Fonte: Metropolis
Di Marco Milano
Nuova udienza per la tragedia del bus di Capri. Si è tenuto al tribunale di Napoli un successivo dibattimento con l’escussione di un nuovo teste per il processo per l’incidente stradale nel quale perse la vita l’autista Emanuele Melillo, avvenuto a Capri in via Marina Grande il 22 luglio del 2021 quando il bus di linea precipitò verso il basso. La seduta si è svolta al tribunale di Napoli, quarta sezione penale, giudice monocratico Calabrese. Tre sono gli imputati – l’amministratore dell’azienda di trasporto, un medico e un funzionario della Città Metropolitana – in un processo che ha visto in questi mesi in aula numerosi periti e testi, compresi i familiari della vittima. La prossima udienza, inizialmente prevista per l’8 ottobre, è in calendario per il 22 ottobre. In ogni caso sono trascorsi ormai cinque anni dalla morte di Emanuele. E già in occasione del quinto triste anniversario, lo scorso 22 luglio, l’esponente sindacale di Usb Marco Sansone, nel ricordare quei momenti, ha chiesto che venga fuori la verità sull’accaduto. «Cinque anni fa – ha detto Marco Sansone in quei giorni -moriva Emanuele Melillo. Un giovane precario, un autista dell’Atc di Capri. Dopo la sua morte, avvenuta perché l’autobus su cui viaggiava usciva di strada e precipitava, tentarono in tutti i modi, come sempre, di trovare le responsabilità lontano da quelle istituzionali: forse un malore, forse aveva bevuto, forse si era drogato. Niente di tutto questo. Sulla strada su cui viaggiava, di proprietà della Città Metropolitana di Napoli, segnalata mesi prima dalla Usb per la sua scarsa sicurezza, oltre ad essere stretta come la stragrande maggioranza delle vie isolane, c’era una ringhiera di protezione nettamente instabile, lo si notava ad occhio nudo, corrosa e non mantenuta dal tempo e da chi avrebbe dovuto provvedere. E poi l’autobus su cui viaggiava Emanuele aveva subito una piccola modifica per aumentarne la capacità, in un periodo in cui Capri era particolarmente affollata. A cinque anni di distanza da quello che noi continuiamo a chiamare omicidio sul lavoro, restano tre rinvii a giudizio e la consapevolezza che Emanuele, con un’ultima disperata manovra, abbia salvato le ventidue persone all’interno del suo mezzo».


















