Fonte: Cronache di Napoli
di Anastasia Leonardo
NAPOLI – Pesca con tecniche dannose per gli ecosistemi, sversamenti illegali, bracconaggio e assenza di controlli efficaci. È il quadro tracciato da Greenpeace Italia attraverso un’indagine che ha analizzato quattro Siti di Importanza Comunitaria (SIC) italiani, aree che fanno parte della rete europea Natura 2000 e che dovrebbero rappresentare presidi fondamentali per la tutela della biodiversità marina. Tra i territori coinvolti c’è anche la Campania, con il SIC di Capri e Punta Campanella, dove secondo l’associazione ambientalista il problema più evidente è legato al traffico turistico, accompagnato anche da episodi di sversamenti illegali e attività di bracconaggio. Un patrimonio naturale di grande valore che, pur essendo formalmente riconosciuto come area da proteggere, rischia di rimanere senza strumenti adeguati di conservazione. L’indagine di Greenpeace ha preso in esame dati satellitari, sistemi di tracciamento delle imbarcazioni e testimonianze raccolte dagli enti che operano sui territori, evidenziando criticità anche in altri siti italiani. Nel SIC dell’Argentiera, in Sardegna, è stata rilevata una presenza costante di pescherecci impegnati nella pesca a strascico, mentre nel SIC del Palinuro Seamount, al largo della Calabria, sono emerse attività legate alla pesca con palangaro. A Torre Guaceto, in Puglia, le segnalazioni riguardano invece piccole imbarcazioni dedite alla pesca a strascico, spesso difficili da individuare perché prive dei sistemi di tracciamento automatico. Secondo Greenpeace, il problema non riguarda singoli episodi, ma una difficoltà strutturale nella gestione dei SIC marini italiani. “Nella maggior parte di questi siti mancano monitoraggi costanti e una governance capace di garantire una tutela effettiva”, spiega Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia. La denuncia riguarda soprattutto la mancanza di enti gestori specifici e di risorse economiche sufficienti per controllare e proteggere aree considerate strategiche per la conservazione degli habitat. Dal 2024 Greenpeace e Blue Marine Foundation collaborano al progetto “AMPower”, insieme alle Aree Marine Protette italiane, alle Regioni e al Ministero dell’Ambiente, con l’obiettivo di promuovere una gestione più efficace dei SIC e favorire l’affidamento della tutela a soggetti dotati di strumenti e competenze adeguate, come le Aree Marine Protette. Il progetto punta inoltre a sostenere l’ampliamento e la riorganizzazione delle aree protette per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo di proteggere il 30% del mare entro il 2030. Un traguardo ambizioso che, secondo l’associazione, rischia però di restare lontano senza interventi. Le stime diffuse da Greenpeace evidenziano infatti una forte distanza tra le aree formalmente considerate protette e quelle realmente tutelate: secondo l’organizzazione, in Italia appena l’1% del mare sarebbe sottoposto a misure di protezione efficaci, mentre solo lo 0,04% sarebbe completamente interdetto a qualsiasi attività, compresa la pesca. Tra le aree inserite nei conteggi ufficiali, ma considerate ancora prive di una tutela pienamente operativa, ci sarebbero anche diversi SIC e altri siti di valore naturalistico, dove continuano a mancare divieti efficaci contro pratiche dannose come la pesca distruttiva, gli ancoraggi incontrollati, gli scarichi inquinanti e un turismo non adeguatamente regolamentato. Per Greenpeace la sfida riguarda il futuro stesso del Mediterraneo: servono più controlli, finanziamenti adeguati e una gestione concreta delle aree protette, affinché la tutela del mare non rimanga soltanto un riconoscimento sulla carta ma diventi una realtà quotidiana capace di difendere ecosistemi, specie marine e comunità costiere.


















