Fonte: Il Mattino.it
di Titta Fiore
Un disco di classici partenopei tratto da un fortunato lavoro teatrale, SereNata a Napoli
Il nuovo disco di Serena Rossi: «Così canto la mia Napoli, anzi la racconto in musica»
Le canzoni che ascoltava da bambina, in una casa piena di musica, e i classici della melodia napoletana rivisitati alla sua maniera, struggente e intensa, per restituirli rivestiti di una grazia nuova. In «SereNata a Napoli», lo spettacolo che l’anno scorso ha portato in tournée nei maggiori teatri italiani, e ovunque con uno straordinario successo, Serena Rossi ha messo il legame profondo con le sue radici e la passione di una voce che si pone sempre nuove sfide. E ora quello diventa anche un disco con lo stesso titolo, da oggi in uscita con Warner Music Italy.
Di cosa si tratta, Serena?
«Abbiamo messo su vinile e cd le canzoni dello spettacolo, era un peccato tenerle solo sulle tavole del palcoscenico, volevamo lasciare un segno. E io volevo dare il mio contributo alla canzone napoletana, con un disco di impianto teatrale, molto caldo e pieno di sentimento. Quattordici brani incisi in due giorni, negli studi della Splash di Peppino Di Capri ai Camaldoli. Perché questo disco andava fatto a Napoli, doveva essere impregnato dei profumi e dei sapori della città».
Come nasce il progetto?
«Mi piaceva l’idea di prendermi sulle spalle un repertorio che va oltre le mode e racconta i mille volti della mia Napoli. Ora che il disco esce sono molto emozionata, anche perché io e Davide, mio marito, lo abbiamo prodotto con la nostra società, Agata. L’abbiamo chiamata come il pupazzetto preferito di nostro figlio Diego, un “ciucciariello”, un asinello molto simpatico».
Anche lo spettacolo era una sua produzione.
«Vero, in questa fase della vita e della carriera mi piace mettere la mia intuizione, la mia pancia, nelle cose che faccio, voglio poter riflettere e decidere su ciò che mi sembra il meglio per me».
Torniamo al disco: quattordici brani su diciotto, da «Era de maggio» a «Dicitencello vuje», con la direzione del maestro Valeriano Chiaravalle e i nuovi arrangiamenti dei suoi musicisti.
«Ho dovuto togliere qualcosa dalla scaletta originaria, perché nel vinile più brani ci sono, più bassa è la qualità. Certo, non è stato facile. Per esempio, ho scelto di non fare “Reginella”, perché musicalmente mi convinceva di meno, anche se in teatro mi piace cantarla sempre, è una coccola per il pubblico».
Qual è il criterio della selezione?
«Volevo raccontare una storia per macrotemi, come la Nostalgia, che a noi napoletani piace sempre. E quindi ecco “Santa Lucia luntana” e “Lacrime napulitane”. Poi la Festa, con le esplosioni di gioia incontrollata di “Festa di Piedigrotta” e “Dove sta Zazà”; la Passione scura, la Rabbia di “Bammenella” e “Guapparia”, la Guerra, che ottant’anni fa ridusse Napoli a un cumulo di macerie materiali e morali e oggi in Europa è tornata tristemente di attualità, con “Tammurriata nera”. E poi c’è l’Amore, con brani meravigliosi, come “Passione” e “Uocchie c’arraggiunate”».
La sua canzone preferita?
«Difficile scegliere, anche se “Uocchie c’arraggiunate” occupa un posto speciale nel mio cuore. L’ho cantata anche nel film “Il treno dei bambini” e mi emoziona sempre, perché mi fa pensare a mia nonna che quel treno, nel dopoguerra, lo prese davvero».
Con quale spirito si è avvicinata a questi brani senza tempo?
«Ho cercato di dare il giusto peso alle parole, di restituire loro l’importanza che meritano. Da ragazzina non capivo le canzoni napoletane e non le volevo cantare, preferivo la musica americana e i cantautori, la voglia di affermarmi era forte. Crescendo ho fatto un percorso nella nostra tradizione artistica, ne ho capito l’importanza e sono tornata sui miei passi».
Ora riprenderà la tournée di «SereNata a Napoli».
«Porteremo lo spettacolo da Mantova alla Sicilia. A marzo saremo a Napoli, all’Augusteo, poi a Salerno, e chiuderemo a Roma, al Sistina».
Girando l’Italia nei teatri, cosa la colpisce di più?
«Che i napoletani sono dappertutto, e si fanno notare. Perché chi vive lontano ha un legame ancora più forte con la città. Su “Lacrime napulitane” la gente piange, io dal palco la sento vibrare. Così il mio sogno sarebbe portare lo spettacolo all’estero, sarebbe bello. Gli spettatori non napoletani, invece, sono in grande ascolto e alla fine esplodono. Mi dicono di aver capito cose che non immaginavano. La mia missione è farli innamorare di Napoli».
Intanto tra poco arriverà su Netflix con il film «Non abbiam bisogno di parole» ed è sul set della serie di Raiuno dedicata alla famiglia Panini, quella delle famose figurine.
«È la storia di una donna, rimasta vedova a 40 anni con otto figli nella Modena del dopoguerra, e della sua straordinaria intuizione di andare dietro ai desideri dei bambini. Una storia di coraggio e di sogni, molto toccante».
E l’amatissima «Mina Settembre», tornerà?
«Vediamo. A teatro mi rendo conto che la gente se lo aspetta. E io al mio pubblico voglio un sacco di bene».


















