Fonte: Il Mattino – 2 agosto 2026
di Piero Sorrentino
Nel 1922, Edwin Cerio ingegnere navale, naturalista e sindaco di Capri dal 1920 al 1923, strenuo difensore del paesaggio caprese, progettista di dimore dai nomi assai poco filantropici come Casa Romita o Villa Solitaria pubblicò un singolare libro, «Guida inutile di Capri», il cui intento principale era scoraggiare qualsiasi tentazione turistica nei confronti di eventuali visitatori tentati da una visita all’isola azzurra. Questo documento inedito è stato di recente trovato tra le sue carte, occultate in una scatola rinvenuta in soffitta da un gruppo di operai impegnati in lavori di ristrutturazione in una delle sue dimore. «Io, Edwin Cerio ingegnere navale disceso dai lombi di Ignazio ed Elisabetta Grimmer, Dio li abbia in gloria, per supremo atto di altruismo sindaco di questa “pausa dal mondo sotto forma di isola”, come ebbe a scrivere il mio amico letterato Graham Greene ho investito gli anni più scintillanti della mia vita a calcolare le altezze metacentriche trasversali, a dominare le forme dell’acciaio, a garantire la stabilità statica transitoria degli scafi. Eppure me ne rendo conto solo ora, in questa notte di pece dalla terrazza di Palazzo Cerio, guardando le sagome flessuose dei Faraglioni, imperiose e scure come due monaci cospiratori immobili nelle acque nessuna equazione idrodinamica mi ha tolto il sonno come quello che, più ci penso, più mi si presenta alla mente come il problema della mia isola in questo anno del Signore 1922: le pattuglie di forestieri che premono alle porte di Capri con finalità di svago e brevissimo soggiorno. Come fermarli? Come scoraggiarli? Essi sono rapidi, furtivi, incontrollati. Giungono “come un ladro nella notte” (così Paolo di Tarso, santo uomo e pregiato scrittore, nella sua prima Lettera ai Tessalonicesi). Utilizzare il lanciamissili che ho personalmente disegnato e brevettato per il nostro Governo? Idea dolce più del miele. Dal monte Solaro, da Villa Jovis si potrebbe, chissà, installare quella scacchiera di piastre esplosive. Ogni quadrato un alveolo, ogni buco un sarcofago che custodisce il letale corpo cilindrico, cieco e alato. A ogni imbarcazione che si appresta a far sbarcare codesti personaggi rumorosi e molesti il suo tubo letale. Tra i villeggianti si spargerebbe in pochissimo tempo la voce, gazzette e giornali non parlerebbero d’altro, e l’Isola sarebbe salva. Tuttavia, lo sguardo severo di mia moglie Elena, l’altro giorno, mentre divorato dalla passione le illustravo questo progetto, mi scoraggiò alquanto. Ecco, allora, la soluzione che affido a queste carte, incruenta ma più letale del mio sparatore di siluri, perché “ne uccide più la penna che la spada”. Non l’esplosivo ma il Terrore, non le deflagrazioni ma le Idee. Con la potenza della letteratura salverò questo amato luogo, instillando il dubbio che Capri non sia un paradiso di delizie, bensì un invincibile magnete di patologie psichiatriche e fisiche. E lo farò ricorrendo non alle mie competenze di ingegnere ma a quelle di scienziato e naturista. La mia devozione va alle piante, creature di impeccabile rigore geometrico che non alzano mai la voce, agli animali, i quali, persino nella loro apparente ferocia naturale, custodiscono un decoro e una dignità che l’essere umano ha smarrito da tempo. La flora e la fauna sono la Salvezza, i villeggianti la Malattia, fonti di calore, disordine visivo, schiamazzi molesti che altera il coefficiente di quiete del nostro paesaggio. Ecco, nel mio libro teorizzerò e illustrerò l’esistenza dell’«autointossicazione estetica», disturbo subdolo che colpisce i soggetti normali esposti a una dose eccessiva di azzurro, sole e tufo. Scriverò con severo cipiglio scientista che la Bellezza di questi luoghi agisce come un veleno per l’organismo non abituato. Ecco allora che un impiegato torinese, aduso alle nebbie e al grigiore della sua città, ecco che esposto alla maestosità di questo paradiso non potrà che subire un trauma sinaptico. La retina in fiamme, il sistema nervoso che crolla sotto il peso del sublime, una vertigine che porta dritto alla demenza e infine all’oblio dei sensi. Non venite a Capri, sarà il mio messaggio al mondo. Nel mio libro spiegherà che l’isola è biologicamente instabile. Che le lucertole della Grotta Azzurra non sono figlie di un miracolo della natura ma di una mostruosa mutazione dovuta a esalazioni venefiche del sottosuolo ctonio. Avvertirò i viaggiatori che il clima, apparentemente mite, è in realtà un subdolo catalizzatore di nevrosi latenti. Chi sbarca a Marina Grande sperando nel riposo si ritroverà nel giro di ventiquattr’ore a soffrire di un’irrefrenabile agitazione psicomotoria, spinto a camminare come ossesso disanimato lungo i tornanti della Via Krupp fino a desiderare di gettarsi in mare per pura disperazione sensoriale. Infine, ecco quello che ritengo un vero e proprio colpo di genio teatrale, grazie al quale la mia vittoria sarà piena e certa. Indossati i panni austeri di un medico di provincia una giacca di velluto a coste fustagno con le tasche sformate dal peso del ricettario, pantaloni di flanella grigia un po’ logori, preceduto da un vago odore di tabacco da pipa e disinfettante per anticipare la severa presenza passeggerò per la Piazzetta con aria svagata e, individuato un primo soggetto a caso, inizierò a osservarlo con un’espressione di profonda commiserazione medica. «Sentite già i primi sintomi?», sembreranno chiedere i miei occhi. Un leggero tic alla palpebra? Una sensazione di soffocamento davanti al tramonto di Anacapri? È l’autointossicazione che avanza, cari miei! Fuggite finché siete in tempo, tornate alle vostre nebbiose e rassicuranti ciminiere. Sì, sarà così. Un giorno, in un lontano o forse prossimo futuro, i posteri capresi custodiranno un busto con le mie fattezze, come gesto di gratitudine profonda, nelle loro case».



















