• Chi Siamo
  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy e Cookie Policy
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Capri Press
  • Home
  • News
  • Cronaca
  • Events
  • Cultura
  • Arte
  • Turismo
  • Spettacoli
  • Gusto
  • Sport
  • Photogallery
  • Home
  • News
  • Cronaca
  • Events
  • Cultura
  • Arte
  • Turismo
  • Spettacoli
  • Gusto
  • Sport
  • Photogallery
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Capri Press
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Home Scuola News

DIALOGHI IN PREFETTURA con sua Eminenza il Signor Cardinale Gianfranco Ravasi

di Redazione
16 Ottobre 2026
in Scuola News
Condividi su FacebookInvia su WhatsApp
Seggiovia Monte Solaro

Riceviamo e Pubblichiamo

DIALOGHI IN PREFETTURA

Con sua Eminenza il Signor Cardinale Gianfranco Ravasi

La lectio magistralis del cardinale Gianfranco Ravasi, Adamo dove sei? Persona umana e società contemporanea si inserisce all’interno di un ciclo di conferenze, i Dialoghi in Prefettura, ed è stata ospitata all’interno del Teatro San Carlo a Napoli, cornice suggestiva e fortemente evocativa di come linguaggi diversi, dalla teologia, alla filosofia, fino all’arte e alla musica, possano dialogare in piena armonia. Per chi volesse approfondire il pensiero dell’Autore sull’argomento presentato, si veda il saggio scritto da Ravasi, Adamo, dove sei? Interrogativi antropologici contemporanei, edito da Vita e Pensiero nel 2017. La lectio è stata condotta in modo magistrale attraversando alcuni concetti-chiave, che qui vengono proposti:

  1. L’impostazione metodologica fornita da Ravasi suggerisce la necessità del dialogo tra cristiani e non cristiani, tra credenti e atei, possibile all’interno della cornice della reciprocità intesa come scambio dialettico tra le persone, e pensabile alla luce della appartenenza di tutti alla medesima natura umana;
  2. L’intera mattinata è stata scandita dal dialogo tra istituzioni: quella politica, rappresentata dalla presenza del prefetto di Napoli, Michele di Bari, organizzatore dei Dialoghi in Prefettura, del sindaco Gaetano Manfredi e del presidente della Regione Campania Roberto Fico, e quella religiosa, rappresentata dal cardinale Ravasi;
  3. L’appello alle giovani generazioni all’ascolto e al confronto rappresenta una sfida quanto mai attuale, da cui potrà dipendere il futuro;
  4. La riflessione di Ravasi è stata condotta attraverso riferimenti biblici, classici, moderni con attenzione all’esegesi e alle lingue originali, rivelando l’attualità di una formazione culturale compiuta, capace di interagire con i testi originali e di saper analizzare e riflettere su tematiche che attraversano la storia della civiltà risultando ancora attuali;
  5. Il tema del rapporto tra persona umana e IA è stato condotto senza ricorrere a facili soluzioni, ricordando lo straordinario cammino che l’umanità ha saputo compiere per raggiungere i risultati della moderna scienza e tecnologia senza perdere di vista la grandiosa e, al tempo stesso, fragile natura umana, dotata di intelletto, ragione, sentimenti, doti esclusive dell’uomo Adamo.
  6. La centralità del linguaggio e della ‘presa della parola’ impongono una profonda riflessione sulla società contemporanea, caratterizzata dal dominio della comunicazione e, paradossalmente, dall’indebolimento della capacità di comunicare sia nella sfera pubblica sia nel campo delle relazioni sociali;
  7. Adamo rievoca la capacità ‘evoluzionistica’ dell’uomo, passato da homo faber, prototipo primitivo di umanità dedita alle arti tecniche, a homo sapiens, capace di esercitare il potente strumento dell’intelletto razionale per indagare la realtà e i suoi misteri, fino a diventare homo technologicus e digitalis, proiettato nel multiverso delle codificazioni tecnologiche e algoritmiche;
  8. Adamo rinvia al tema della ‘coscienza’, categoria filosofica del razionalismo socratico che intercetta la dimensione etica; rinvia al cogito cartesiano e al suo valore gnoseologico e ontologico che lega il ‘pensare’ all’ ‘essere’; apre la strada all’io penso di Kant che con la sua natura trascendentale approda alla sintesi dialettica di Hegel con lo spirito assoluto.
  9. La complessità della dimensione incarnata da Adamo, il primo uomo creato da Dio e l’insieme di tutta l’umanità, suggerisce la riflessione sul tema della psiche, dotata di una natura razionale e al tempo stesso irrazionale, di conscio e inconscio, di io e noi, di reale e ideale, di luce e tenebra, di bene e male, coppie oppositive che investono la dimensione sociale, filosofica, culturale, politica, etica, religiosa, poste alla base dello sviluppo della civiltà umana nel corso della storia e da cui dipenderà la sopravvivenza dell’intero genere umano.
  • La lectio di Ravasi suggerisce il richiamo a una affermazione scritta da un pagano autore di commedie latine, Terenzio: homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo), in cui il concetto di humanitas, che rinvia alla comprensione, alla solidarietà, alla tolleranza, al di là delle differenze sociali, culturali, religiose, sintetizza la proposta offerta da Ravasi: una visione di uomo inteso come singolo e come intera umanità. Un concetto di humanitas che ci comprende tutti: «Sono umano, tutto ciò che accade agli altri lo sento mio». Le neuroscienze lo confermano: se vediamo un’emozione, la proviamo anche noi, come avviene con gli sbadigli. A chi vede un sorriso il cervello sorride, anche se non ricambia.

Adamo, dove sei ?

La domanda che attraversa la riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi, «Adamo, dove sei?», risuona oggi con una forza particolare, soprattutto in un tempo in cui il progresso tecnologico e l’intelligenza artificiale sembrano ampliare continuamente i confini delle nostre capacità. Ma, mentre diventiamo sempre più abili nel calcolare, elaborare informazioni e produrre conoscenza, siamo ancora capaci di comprendere fino in fondo che cosa significhi essere umani? Oggi la domanda sulla ricerca dell’uomo ci interroga, è rivolta a noi tutti che stiamo vivendo una realtà sconvolgente, pensiamo alla ramificazione della violenza attraverso le guerre, una continua striatura di sangue che passa sulle pietre della storia oltre che della geografia. La frase “Adamo, dove sei?” si trova nel libro della Genesi (capitolo 3, versetto 9) della Bibbia, il testo fondamentale della nostra cultura occidentale. È la prima domanda che Dio rivolge all’essere umano dopo il peccato originale (quando Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito e prendono coscienza della loro nudità). Non è una domanda di localizzazione (Dio sa già dove si trovano), ma un invito alla responsabilità, alla verità e al dialogo per spingere l’uomo a prendere coscienza del proprio stato e a non fuggire dalla relazione con il Creatore. E’ un interrogativo sulla condizione umana e sulle relazioni: non soltanto dove ci troviamo, ma come abitiamo la nostra interiorità e quale rapporto intratteniamo con l’altro. La domanda è rivolta oggi con tutta la sua potenza a tutta l’umanità. Dove sei ? Dove vai ? Nel testo della Genesi, il termine Adamo compare spesso con l’articolo determinativo seguito dall’apostrofo prima di adam, e quindi è ha-‘ādhām,  cioè “l’uomo”  e quindi non rappresenta un singolo individuo storico, il primo uomo, separato da tutti gli altri, ma l’archetipo dell’essere umano legato alla sua origine terrena (adamah, che significa suolo, creta  o terra dal colore ocra, rossiccia). In Genesi 1,27, il testo dice che Dio creò ha-‘ādhām, l’uomo, a sua immagine, maschio e femmina, dimostrando che il concetto include la totalità del genere umano e non una figura maschile contrapposta a una femminile, anzi l’uomo e la donna insieme rappresentano l’umanità. In questa ricerca della collocazione dell’uomo partiamo da Steve Jobs, oggi che si parla molto di intelligenza artificiale, il fondatore di Apple. Steve Jobs ha presentato il primo iPad il 27 gennaio 2010, richiamando l’incontro tra tecnologia e arti liberali perché l’arte non si limita a rappresentare la realtà: ci educa a guardarla diversamente. Affina la nostra sensibilità, ci rende più attenti alle sfumature, ci aiuta a riconoscere la complessità dell’esperienza umana. Alla presentazione dell’iPad 2, il 2 marzo 2011, Steve Jobs affermerà con convinzione: “È nel DNA di Apple che la tecnologia da sola non basta. È la tecnologia sposata con le arti liberali, sposata con le discipline umanistiche, a darci i risultati che fanno sorgere un canto dal nostro cuore.” L’essere umano, infatti, non è soltanto un soggetto razionale. È una realtà complessa, attraversata da molteplici forme di conoscenza: comprende con la mente, ma anche con il cuore; interpreta il mondo attraverso i concetti, ma lo abita attraverso le emozioni, i sentimenti, i ricordi, i desideri e le relazioni. Esiste una conoscenza che procede attraverso il ragionamento e una conoscenza che si dischiude nell’esperienza vissuta, nell’intuizione, nell’empatia, nella capacità di lasciarsi toccare da ciò che accade. Pensiamo all’esperienza dell’innamoramento. Nel volto della persona amata non vediamo semplicemente dei lineamenti, né soltanto l’insieme delle caratteristiche che possiamo descrivere. Scopriamo piuttosto un mondo, una profondità che ci attrae e ci sorprende, un meraviglioso panorama che sembra non esaurirsi mai. Un volto che agli occhi di un osservatore distratto potrebbe apparire ordinario diventa, per chi ama, una presenza unica, insostituibile. Non perché sia cambiato il volto, ma perché cambia il modo di guardarlo. È proprio qui che si inserisce la riflessione del filosofo Emmanuel Levinas, che attribuisce al volto dell’altro un significato decisivo. Nella sua filosofia, il volto non è semplicemente qualcosa che vediamo: è l’incontro con l’alterità di una persona che ci chiama alla responsabilità. È un riferimento particolarmente pertinente per approfondire il passaggio dallo sguardo che osserva al riconoscimento che si prende cura. Nel volto dell’altro incontriamo una persona che non possiamo possedere, manipolare o ridurre a un oggetto della nostra conoscenza. Questa intuizione diventa particolarmente importante in una società che rischia di valutare le persone sulla base della loro utilità, delle loro prestazioni, dei risultati che conseguono o delle informazioni che le riguardano. Significa comprendere che non siamo pienamente umani quando ci limitiamo a osservare gli altri, ma quando ci lasciamo raggiungere dalla loro presenza e diventiamo capaci di prendercene cura.  Per questo, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la questione decisiva non è soltanto quanto le macchine riusciranno a fare, ma quale idea dell’uomo guiderà il nostro modo di utilizzarle. La tecnologia può diventare uno strumento straordinario di conoscenza e di progresso; tuttavia, il suo valore non può essere separato dalle finalità umane alle quali viene orientata. Il problema non è contrapporre la ragione al sentimento, né la scienza all’arte, ma ricomporre queste dimensioni in una visione integrale della persona. Abbiamo bisogno della razionalità per comprendere, discernere e costruire; ma abbiamo bisogno anche della sensibilità per riconoscere ciò che merita di essere compreso, protetto e custodito. Abbiamo bisogno della scienza per allargare le possibilità dell’esistenza, ma anche dell’etica per orientarle, della poesia per dare voce all’inesprimibile, dell’arte per educare lo sguardo e dell’amore per riconoscere nell’altro non un mezzo, ma un fine. Ecco, allora, che la domanda biblica «Adamo, dove sei?» acquista un significato che va oltre il racconto delle origini. È una domanda rivolta a ciascuno di noi: dove sei rispetto a te stesso? Dove sei rispetto agli altri? Dove si trova la tua umanità, mentre corri verso nuove conquiste e nuove possibilità? Forse cercare l’uomo significa proprio tornare a questi luoghi essenziali: al volto che ci commuove, alla parola che ci consola, alla musica che ci attraversa, alla bellezza che ci sorprende, alla sofferenza che ci rende responsabili. Il filo conduttore è dunque questo: la pienezza dell’umano nasce dall’incontro tra ragione e sensibilità, conoscenza e relazione, pensiero e responsabilità. Non si tratta di rinunciare alla razionalità, ma di riconoscere che essa, da sola, non esaurisce la ricchezza della persona. Perché l’uomo non è soltanto colui che pensa, calcola e comprende. È anche colui che sente, ama, ricorda, spera e si prende cura. E forse è proprio là, in questa profondità del sentire che si apre all’incontro, che dobbiamo continuare a cercarlo. È là che possiamo riconoscerlo, ogni volta che impariamo a guardare un volto non come qualcosa da decifrare, ma come qualcuno da incontrare. Democrito nel frammento 34 definiva l’uomo un microcosmo: un piccolo universo nel quale si riflette, in qualche modo, la complessità del cosmo intero. Basta pensare al nostro cervello: un organo relativamente piccolo, racchiuso nello spazio limitato della scatola cranica, che pesa mediamente poco più di un chilogrammo, ma contiene circa 86 miliardi di neuroni, un numero dello stesso ordine di grandezza delle stelle presenti nella Via Lattea. Queste cellule sono collegate da una rete straordinariamente complessa di sinapsi, attraverso le quali si trasmettono e si elaborano le informazioni, dando forma alle nostre percezioni, ai ricordi, ai pensieri, alle emozioni e alla coscienza di noi stessi. Ciò che sorprende, tuttavia, non è soltanto la complessità di questa architettura biologica, ma la sua capacità di trasformarsi. Il cervello è una struttura neuroplastica: le connessioni tra i neuroni possono modificarsi in risposta alle esperienze, agli apprendimenti, alle relazioni e agli stimoli che riceviamo. In un certo senso, ciò che viviamo contribuisce continuamente a trasformare ciò che siamo. Il nostro cervello non è una struttura immobile, ma un universo dinamico, che si riorganizza nel tempo e porta in sé le tracce della nostra storia. In questo spazio così circoscritto si apre, dunque, una dimensione immensa: possiamo ricordare il passato, immaginare il futuro, formulare ipotesi sull’origine dell’universo, interrogarci sulla vita e persino riflettere sui meccanismi attraverso i quali noi stessi pensiamo. Eppure, proprio mentre riconosciamo questa straordinaria complessità, siamo chiamati a prendere coscienza anche della nostra fragilità. Un organismo tanto sofisticato è vulnerabile: può essere ferito, ammalarsi, perdere alcune delle proprie capacità, diventare folle, basta un nervo scosso, un’alterazione biochimica, una cellula stanca, una sola molecola fuori posto. La memoria può svanire, le percezioni possono alterarsi, l’equilibrio della nostra vita può essere sconvolto da eventi che non siamo in grado di controllare. Forse è proprio qui che il microcosmo rivela il suo significato più profondo: nella consapevolezza che la grandezza dell’uomo non consiste nell’essere invulnerabile, ma nell’essere capace di riconoscere la propria fragilità e quella degli altri. Da questa consapevolezza della grandezza e, al tempo stesso, della fragilità dell’essere umano, possiamo ricavare due tratti fondamentali che ne delineano l’identità più profonda: la libertà e la relazione. Nella prospettiva biblica, l’uomo, ha-adam, inteso come essere umano, come umanità, non è semplicemente una creatura collocata nel mondo, né soltanto un organismo dotato di straordinarie capacità cognitive. È un essere chiamato a scegliere, a orientare la propria esistenza e a entrare in rapporto con gli altri. La sua umanità si manifesta, dunque, nella possibilità di decidere chi diventare e nella capacità di riconoscere che non può realizzarsi pienamente da solo. La prima dimensione è la libertà. Libertà non significa poter fare qualsiasi cosa, né essere privi di condizionamenti; significa poter prendere posizione rispetto a ciò che siamo e a ciò che ci accade, riconoscendo le conseguenze delle nostre scelte.

L’uomo nell’Eden si trova davanti a un albero che non appartiene ad alcuna tassonomia botanica: è l’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che richiama la questione fondamentale della morale, la distinzione tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che costruisce la vita e ciò che la distrugge. Il problema non è semplicemente il frutto proibito. È il significato della scelta umana: l’uomo vuole appropriarsi della conoscenza del bene e del male, come se potesse stabilire da sé, senza alcun riferimento che lo preceda e lo trascenda, che cosa sia bene e che cosa sia male. In questa lettura del racconto biblico, la tentazione consiste nel trasformare la libertà in autosufficienza: non più la libertà di riconoscere il bene e di sceglierlo, ma la pretesa di decidere autonomamente che cosa debba essere considerato bene. La verità, anziché essere cercata e riconosciuta, rischia così di diventare qualcosa che ciascuno costruisce secondo i propri desideri e interessi. È qui che si apre una questione filosofica decisiva: la libertà non coincide con l’arbitrio.Non tutto ciò che possiamo fare è, per il solo fatto di poterlo fare, giusto o buono. La possibilità di scegliere non garantisce, da sola, la bontà della scelta. Essere liberi significa anche interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, riconoscere i limiti che tutelano la dignità altrui e cercare un criterio che permetta di distinguere tra ciò che desideriamo e ciò che davvero contribuisce al bene. Un’intuizione simile attraversa il pensiero di Platone, che nel Fedro ricorre al celebre mito della biga alata. L’anima è rappresentata come un carro guidato da un auriga e trainato da due cavalli di natura diversa. L’auriga simboleggia la ragione, chiamata a governare il movimento del carro; i cavalli rappresentano le diverse forze dell’animo, tra cui gli impulsi più nobili e quelli legati al desiderio. L’auriga deve mantenere un equilibrio difficile: non può semplicemente abbandonarsi alla forza dei cavalli, ma neppure ignorare che sono proprio loro a dare movimento al carro. Deve guidarli, orientarli e ricondurli verso la direzione giusta. Nel mito platonico, questa tensione si inserisce nella ricerca della verità, evocata attraverso l’immagine della pianura sovraceleste, dove l’anima contempla ciò che è veramente. L’immagine ci parla ancora oggi. Dentro di noi convivono ragione, desideri, emozioni e passioni. Non siamo esseri governati esclusivamente dalla logica, ma neppure dobbiamo essere prigionieri di ogni impulso che ci attraversa. La maturità consiste nell’imparare a integrare queste dimensioni, affinché il desiderio non diventi dominio e la ragione non si riduca a uno strumento che giustifica qualsiasi scelta. La libertà, dunque, non consiste nel seguire sempre il primo impulso, ma nel saper scegliere anche contro di esso, quando la coscienza ci indica una direzione diversa. È la capacità di non essere schiavi di noi stessi. A questo proposito, è illuminante un passo del Siracide, libro sapienziale attribuito a Gesù Ben Sira e composto originariamente in ebraico agli inizi del II secolo a.C. Nel capitolo 15 si legge: «Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Siracide 15,16-17). Il fuoco e l’acqua diventano immagini della scelta; la vita e la morte indicano la portata delle nostre decisioni. L’uomo è libero, ma la sua libertà non è priva di conseguenze. Può tendere la mano verso ciò che lo alimenta oppure verso ciò che lo ferisce. Può scegliere ciò che costruisce relazioni oppure ciò che le distrugge, ciò che promuove la dignità oppure ciò che la calpesta. La libertà è quindi un dono, ma anche un compito. Non ci viene chiesto soltanto di scegliere, ma di imparare a scegliere bene. E questo richiede conoscenza, discernimento, educazione del desiderio e ricerca della verità. È proprio qui che ritorna l’insegnamento socratico: una vita senza ricerca non merita di essere vissuta. La ricerca non è un ostacolo alla libertà: ne è una condizione essenziale. Soltanto chi accetta di interrogarsi può sottrarsi alla prigionia delle abitudini, dei pregiudizi e delle convinzioni ricevute passivamente. Ma c’è anche un’altra possibilità, più sottile: rinunciare alla libertà proprio mentre si crede di esercitarla. Gianfranco Ravasi, commentando una riflessione attribuita a Dostoevskij, richiama l’immagine del cane al quale viene lanciato un bastone: il cane lo rincorre, lo raccoglie e lo restituisce al padrone. La metafora descrive il rischio di una libertà che, non sapendo assumersi il peso delle proprie decisioni, finisce per riconsegnarsi a qualcun altro. L’individuo delega ad altri il compito di pensare, giudicare e decidere, accontentandosi di ripetere opinioni e slogan già confezionati. È una riflessione che riguarda anche il nostro tempo. Possiamo avere a disposizione una quantità sterminata di informazioni e, tuttavia, rinunciare a pensare autonomamente; possiamo proclamare la nostra indipendenza e lasciarci guidare dai condizionamenti del gruppo, dalle mode, dalla ricerca del consenso o dagli algoritmi che selezionano ciò che vediamo. Possiamo credere di scegliere liberamente, mentre stiamo semplicemente rispondendo a stimoli che non abbiamo imparato a riconoscere. Essere liberi significa, invece, non restituire ad altri il bastone della nostra libertà. Significa conservare la capacità di giudicare, di dubitare, di cercare e di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. La libertà autentica non è, dunque, il potere di fare qualsiasi cosa senza limiti. È la capacità di orientarsi consapevolmente verso il bene, riconoscendo che la nostra esistenza è intrecciata a quella degli altri e che la dignità altrui pone un limite alla nostra pretesa di disporre di tutto. La seconda dimensione che delinea l’identità più profonda della nostra umanità è la relazione. Se la libertà ci definisce come esseri capaci di scegliere, la relazione ci rivela che non siamo fatti per vivere isolati. L’uomo non è un’isola autosufficiente: cresce, si comprende e realizza la propria umanità attraverso l’incontro con ciò che è altro da sé. Potremmo allora riprendere il celebre motto di Cartesio, Cogito ergo sum, «Penso, dunque sono», e trasformarlo idealmente in Cogito ergo cum: «Penso, dunque sono con». Non si tratta di una traduzione letterale del pensiero cartesiano, ma di una provocazione filosofica che ne amplia la prospettiva. La coscienza di sé non si esaurisce nel pensiero individuale: si apre alla presenza degli altri, al mondo che ci ospita e alla domanda sul significato ultimo della nostra esistenza. La Bibbia, già nelle prime pagine della Genesi, presenta l’essere umano all’interno di una trama di relazioni fondamentali. Possiamo distinguerne tre dimensioni: la relazione con la terra e con il creato, la relazione con Dio e la relazione con gli altri esseri umani. Tre legami che non sono separati, ma si sostengono reciprocamente e che, quando vengono compromessi, mettono in crisi il nostro stesso modo di essere uomini.

  1. La relazione con la terra: l’uomo come custode del creato

Il primo legame è quello con la terra. Nel racconto della Genesi, l’essere umano viene posto nel giardino dell’Eden «per coltivarlo e custodirlo» (Genesi 2,15). Due verbi essenziali: coltivare e custodire. L’uomo è homo faber, perché attraverso il lavoro trasforma il mondo; è homo technicus, perché inventa strumenti, sviluppa tecnologie e modifica l’ambiente nel quale vive. Questa capacità di intervenire sulla realtà è una delle espressioni più significative della sua intelligenza e della sua libertà. Ma proprio perché può trasformare la natura, l’uomo deve anche interrogarsi sui limiti e sulle conseguenze delle proprie azioni. Coltivare non significa sfruttare indiscriminatamente; custodire non significa rinunciare a ogni intervento. Significa abitare la terra con responsabilità, riconoscendo che essa non è una proprietà assoluta della nostra generazione, ma una casa comune che abbiamo ricevuto e che dobbiamo consegnare a chi verrà dopo di noi. La crisi ambientale e i cambiamenti climatici rendono questa responsabilità particolarmente evidente. Quando l’essere umano consuma senza misura, distrugge gli ecosistemi e trascura gli equilibri naturali, compromette non soltanto il mondo esterno, ma anche le condizioni della propria sopravvivenza.

  1. La relazione con Dio: la polvere e il soffio della vita

La seconda relazione è quella con Dio. La Genesi racconta che Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita (Genesi 2,7). L’immagine racchiude un duplice significato. Da una parte, la polvere ci ricorda la nostra condizione terrena: siamo creature corporee, limitate e vulnerabili, appartenenti allo stesso mondo materiale nel quale viviamo. Dall’altra, il soffio della vita evoca il dono dell’esistenza e la possibilità di una vita consapevole, capace di parola, di pensiero, di relazione e di ricerca del significato. La tradizione biblica vede nell’uomo una creatura che non si esaurisce nella propria materialità, ma è anche chiamata a interrogarsi sul bene, sulla giustizia, sulla verità e sul senso del proprio esistere. Il logos, inteso come ragione e parola, rende possibile trasformare il pensiero in discorso e il discorso in azione. Ma questa capacità porta con sé una responsabilità: ciò che diciamo dovrebbe trovare riscontro nel modo in cui viviamo. Potremmo esprimerlo con un proverbio molto efficace: tra il dire e il fare non dovrebbe esserci di mezzo il mare. La coerenza tra ciò che professiamo e ciò che compiamo è una delle prove più concrete della nostra maturità morale. Non basta proclamare valori se poi le nostre azioni li contraddicono; non basta parlare di giustizia se non sappiamo essere giusti, né invocare il rispetto se non rispettiamo chi ci sta accanto. Nella prospettiva religiosa, la relazione con Dio è anche il riferimento a una verità che non viene semplicemente inventata secondo le nostre convenienze. È l’apertura a un bene che ci precede e ci interpella, chiedendoci di mettere in discussione il nostro egoismo e di riconoscere che non siamo la misura assoluta di ogni cosa, e invece spesso Dio viene messo da parte e la relazione con Lui è così compromessa.

  1. La relazione con gli altri: dall’incontro al riconoscimento del prossimo

La terza dimensione è quella orizzontale, la relazione tra gli esseri umani. Siamo homo socialis: viviamo con gli altri, impariamo attraverso gli altri, parliamo una lingua che abbiamo ricevuto da una comunità e costruiamo la nostra identità all’interno di una rete di legami. Anche qui la Genesi offre un’immagine significativa. L’essere umano scopre di non essere fatto per la solitudine. Il racconto della creazione della donna esprime questa intuizione attraverso la relazione tra uomo e donna, descritta come incontro tra due esseri che si riconoscono reciprocamente. Nel testo ebraico, ish indica l’uomo e ishah la donna: due termini linguisticamente affini, che nel racconto sottolineano il legame tra loro. Questa immagine non deve però essere limitata alla sola relazione di coppia. L’esperienza dell’amore ci permette di comprendere qualcosa di fondamentale: l’altro non è una copia di noi stessi, né un oggetto di cui disporre, ma una persona distinta, portatrice di una propria libertà e di una propria dignità. Amare significa imparare a guardare il volto dell’altro senza pretendere di possederlo; significa riconoscere la sua autonomia, accoglierne la vulnerabilità e rispettarne la libertà. Quando invece la relazione diventa dominio, controllo o violenza, viene negato proprio ciò che dovrebbe costituirne il fondamento: il riconoscimento dell’altro come persona. Il discorso si allarga ulteriormente grazie al pensiero del filosofo francese Paul Ricœur. La relazione non riguarda soltanto l’incontro tra un io e un tu, né soltanto il rapporto affettivo tra due persone. Comprende anche la presenza del terzo: il prossimo che non appartiene alla nostra cerchia più intima, chi vive in un’altra cultura, chi ha convinzioni differenti, chi incontriamo nella società e con il quale dobbiamo condividere spazi, diritti e responsabilità. Con il terzo entra in gioco la giustizia. Non basta amare chi ci è vicino o comportarci correttamente con le persone che conosciamo: dobbiamo imparare a riconoscere la dignità anche di chi è lontano, di chi è diverso e di chi non può offrirci nulla in cambio. La relazione diventa così il fondamento di una comunità nella quale il rispetto non dipende dalla somiglianza, dalla simpatia o dall’utilità reciproca. È questo il passaggio dal rapporto interpersonale alla responsabilità sociale: comprendere che il volto del prossimo ci interpella anche quando non appartiene al nostro mondo, alla nostra cultura o alla nostra cerchia di affetti.

Quando le relazioni si spezzano

Eppure, proprio queste tre relazioni fondamentali appaiono oggi esposte a profonde tensioni. La relazione con la terra viene compromessa quando l’ambiente è trattato come una riserva inesauribile da sfruttare, senza considerare le conseguenze delle nostre azioni sugli ecosistemi e sulle generazioni future. La relazione con Dio, per chi vive nella prospettiva della fede, si indebolisce quando l’uomo pretende di essere l’unico criterio del bene e del male. In una prospettiva più ampia, la crisi riguarda la disponibilità a riconoscere principi etici capaci di mettere un limite all’arbitrio e all’interesse individuale. La relazione con gli altri si incrina quando il prossimo viene ridotto a un ostacolo, a uno strumento o a un avversario. Lo vediamo nella discriminazione, nell’indifferenza verso la sofferenza, nelle guerre, nelle disuguaglianze e nella violenza esercitata sulle donne e sulle persone più vulnerabili. In tutti questi casi, la frattura è simile: l’altro non viene più riconosciuto nella sua alterità e nella sua dignità. La terra diventa una cosa da possedere; la verità diventa qualcosa da piegare ai propri interessi; la persona diventa qualcuno da controllare o utilizzare. Le conseguenze sono diverse, ma la radice è riconducibile a una medesima tentazione: vivere come se fossimo autosufficienti, come se non dovessimo rispondere a nessuno e come se le nostre azioni non avessero conseguenze al di fuori di noi.

Ritrovare l’uomo attraverso le relazioni

Torniamo allora alla domanda «Adamo, dove sei?». Potremmo riformularla così: dove sei rispetto alla terra che abiti? Dove sei rispetto ai principi che orientano la tua coscienza? Dove sei rispetto al volto dell’altro? Queste domande ci ricordano che l’umanità non è una qualità che possediamo una volta per tutte, indipendentemente da come viviamo. È anche una possibilità che siamo chiamati a realizzare attraverso le nostre scelte e le nostre relazioni. La libertà, di cui abbiamo parlato in precedenza, trova qui il suo compimento. Essere liberi non significa ignorare gli altri, ma scegliere consapevolmente come stare in relazione con loro. La relazione, a sua volta, non annulla la libertà: la rende concreta, perché ci mette davanti alle conseguenze delle nostre azioni e ci insegna che la dignità altrui merita di essere rispettata. Ecco perché il motto Cogito ergo cum può diventare il simbolo di una diversa idea dell’uomo: non soltanto un essere che pensa e afferma se stesso, ma una persona che scopre di essere parte di una trama di relazioni, responsabile della terra, aperta alla ricerca del senso e chiamata a riconoscere il prossimo. In fondo, ritrovare l’umano significa ricomporre ciò che abbiamo separato: la libertà e la responsabilità, il pensiero e l’azione, il progresso e la custodia, l’identità personale e il riconoscimento dell’altro. Perché l’uomo non è veramente se stesso quando domina tutto ciò che lo circonda, ma quando impara ad abitare il mondo senza distruggerlo, a vivere i propri valori senza tradirli e a incontrare l’altro senza negarne la dignità. È in queste relazioni, custodite e continuamente ricostruite, che la nostra umanità può ritrovare la propria pienezza.           In sintesi: la libertà ci permette di scegliere chi diventare; la relazione ci ricorda che non diventiamo mai pienamente noi stessi da soli.

Concludo il mio intervento facendo salire accanto a me sul palco tre figure:

  • Bertolt Brecht che nel 1953 scrive la poesia“Il cambio della ruota” . E’ una breve ma intensa riflessione sulla condizione umana, sul senso del viaggio, sul senso di andare oltre, alla ricerca.

L’autista cambia la ruota.
Non mi piace da dove vengo.
Non mi piace dove sto andando.
Perché seguo con impazienza il cambio della ruota?

Il poeta non apprezza né il punto di partenza (il passato segnato da guerre e dittature) né la meta (un futuro incerto e compromesso). Eppure, osserva l’operazione pratica della riparazione con impazienza.Brecht aveva vissuto il nazismo, un lungo esilio (1933-1948) e il ritorno nella Repubblica Democratica Tedesca (RDT), trovandosi però deluso sia dalle derive autoritarie del socialismo reale sia dal clima opprimente della Stasi.

  • Søren Kierkegaard che nella sua celebre metafora, nella metà dell’Ottocento, descrive una società che ha smarrito la propria direzione ideale e spirituale.

«State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani».

Il cuoco di bordo: rappresenta il primato degli aspetti materiali, pratici e immediati (i bisogni del corpo, il cibo, il consumo, oggi la televisione, i social, i mezzi di comunicazione) che finiscono per prendere il controllo della guida della società.

Il comandante e il megafono: simboleggiano un’autorità o una guida che ha abdicato alla sua funzione fondamentale (indicare il senso, i valori e la meta della vita) riducendosi a comunicare solo faccende banali e contingenti.

La perdita della rotta: indica la crisi del senso e l’incapacità dell’uomo moderno di guardare a un fine alto, smarriti tra le piccole comodità e le urgenze quotidiane.

3) David Maria Turoldo nella poesia intitolata Mio fratello ateo (raccolta in O sensi miei)., descrive il cammino condiviso tra credenti e non credenti. Non c’è alcun intento di conversione forzata, ma il riconoscimento di una comune sete di senso e di una fraternità radicale che unisce gli esseri umani nell’esperienza del dubbio e della ricerca.

Fratello ateo, nobilmente pensoso,
alla ricerca di un Dio
che io non so darti,
attraversiamo insieme il deserto.

Di deserto in deserto andiamo oltre
la foresta delle fedi
liberi e nudi verso
il nudo essere
e là
dove la parola muore
abbia fine il nostro cammino.

Il deserto: rappresenta lo spazio dell’essenzialità, della solitudine, ma anche dell’assenza di certezze facili. È il territorio dove svaniscono le illusioni e dove credente e ateo si scoprono uguali nella loro nudità esistenziale.

La foresta delle fedi: simboleggia l’insieme delle religioni istituzionali, dei dogmi, dei riti e delle strutture teologiche. Turoldo invita ad andare oltre questa foresta, suggerendo che l’incontro autentico con l’Assoluto (o con il mistero della vita) avviene al di là delle appartenenze confessionali e delle formule preconfezionate.

La nobiltà dell’ateismo: il non credente non è visto come un nemico o un’anima da salvare, ma come un compagno di viaggio “nobilmente pensoso”. La sua onestà intellettuale e la sua ricerca interiore sono uno stimolo e uno specchio per il credente stesso.

Prec.

CAPRI: IL PREMIO AGO d’ORO ASSORBITO DAL RICONOSCIMENTO ELEGARTE, Sabato 18, nella Sala Consiliare del Municipio, la consegna dei riconoscimenti

Succ.

A Capri arriva il Governo Meloni e il vicepremier Antonio Tajani

Articoli Correlati

“Sindaco per un giorno”: la Città di Capri accoglie gli studenti IISS “A.Munthe”
Scuola News

“Sindaco per un giorno”: la Città di Capri accoglie gli studenti IISS “A.Munthe”

19 Maggio 2026
A Capri a scuola di svedese all’Istituto Axel Munthe
Scuola News

A Capri a scuola di svedese all’Istituto Axel Munthe

9 Maggio 2026
Napoli, dai banchi al palcoscenico: la musica dei giovani del Caruso diventa realtà
Scuola News

Napoli, dai banchi al palcoscenico: la musica dei giovani del Caruso diventa realtà

23 Febbraio 2026
Convegno antiviolenza: Donne al sicuro… non solo il 25 novembre: a Capri incontro con le scuole
Scuola News

Convegno antiviolenza: Donne al sicuro… non solo il 25 novembre: a Capri incontro con le scuole

18 Gennaio 2026
All’Axel Munthe questa mattina la sfida fra giovani gelatieri campani
Scuola News

Axel Munthe di Anacapri al vertice degli Istituti scolastici con il più alto tasso di occupazione post diploma

4 Dicembre 2025
Succ.
A Capri arriva il Governo Meloni e il vicepremier Antonio Tajani

A Capri arriva il Governo Meloni e il vicepremier Antonio Tajani

Quisisana
Seggiovia Monte Solaro

Meteo


Meteo Capri

Chi Siamo

Edizione Online di Capri Press Guide
Società Editrice Capri Press Srl
31, Via Madonna delle Grazie
80073 Capri (NA) Italia
Autorizzazione Tribunale di Napoli n. 37 dell’11.09.2018.
Iscrizione ROC 31240 del 26/3/2018.
Direttore Responsabile: Anna Maria Boniello
Contatti:
capripress@capripress.com

P.IVA 08859481213

Archivio

Capri Press

Capri Press è una agenzia di stampa, comunicazione e relazioni pubbliche nata nel 1987, specializzata nella promozione di attività di società, aziende e griffe famose, nella diffusione di notizie, nella pianificazione di progetti di comunicazione. Ha lavorato per aziende famose ed in oltre trent’anni di attività ha costruito una fitta rete di rapporti con le redazioni dei maggiori quotidiani nazionali, con quelle delle televisioni, delle radio e delle agenzie di stampa. Il suo lavoro si fonda essenzialmente su alcuni aspetti fondamentali: la continuità, l’impegno e la costante presenza sul territorio.

  • Chi Siamo
  • Redazione
  • Contatti
  • Privacy e Cookie Policy

© 2023 | Capripress.com |[ultimate_gdpr_cookie_popup]Gestisci Cookies [/ultimate_gdpr_cookie_popup]

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Home
  • News
  • Cronaca
  • Events
  • Cultura
  • Arte
  • Turismo
  • Spettacoli
  • Gusto
  • Sport
  • Photogallery

© 2023 | Capripress.com |[ultimate_gdpr_cookie_popup]Gestisci Cookies [/ultimate_gdpr_cookie_popup]