Fonte: Il Denaro
di Marco Milano
EBOLI – A Eboli in mostra le opere dell’artista-costruttore Toni Scarduzio.
Alla sala delle esposizioni della Fornace Falcone, al Cilento Outlet Village di Eboli, infatti, sono state riunite più di venti opere di Antonio Toni Scarduzio. Figlio d’arte, intellettuale del fare, che mette insieme la precisione dell’architetto alla sensibilità plastica dello scultore, Scarduzio ha messo in mostra ad Eboli la sua arte che si basa sull’utilizzo esclusivo di metalli e leghe inossidabili. “Il materiale di riciclo” che diviene opera d’arte, raffinata e nobile forma da ammirare. Ferro e acciaio, infatti, nelle sue mani, non presentano l’ossidazione e la decadenza del tempo, ma la mission di “testimonianza” del tempo, l’impulso di essere portatori di memoria eterna, così come nel dna di ogni artista. che siano al contempo durevoli, incorruttibili e portatrici di una memoria eterna. “Il fulcro della sua ispirazione artistica – questa la presentazione dell’artista realizzata da Davide Russo – risiede in uno spartiacque storico che ha segnato la coscienza collettiva: la fine degli anni Ottanta. Scarduzio inizia il suo percorso creativo proprio mentre il mondo osserva, tra stupore e speranza, il crollo del Muro di Berlino. In quel clima di euforia globale, l’artista manifesta una lucidità profetica: intuisce che la fine della Guerra Fredda non avrebbe inaugurato l’era della pace universale, ma avrebbe frammentato l’ordine mondiale in una serie di micro-conflitti atroci e instabili. È in questa vulnerabilità dei popoli, privi ormai di ogni baluardo ideologico, che nasce la necessità etica della sua arte. Di fronte alle ‘crudeli logiche della storia’, Scarduzio risponde con la genesi dello ‘Scudo’: non uno strumento di offesa, ma un’architettura di protezione e un manifesto pacifista per l’anima e per il corpo dell’uomo comune.
In questa ricerca, Scarduzio stabilisce un dialogo ideale con i giganti del contemporaneo, sintetizzando linguaggi apparentemente distanti. Se l’influenza di Frank Owen Gehry gli fornisce la grammatica formale per scardinare la rigidità della linea retta, trasformando il metallo in una materia organica che sembra piegarsi al vento, la sua poetica profonda risente della lezione di Mimmo Paladino e della Transavanguardia. Lo Scudo di Scarduzio recupera così una dimensione mitica, arcaica e totemica; come le figure ieratiche di Paladino, le sue opere diventano oggetti apotropaici, icone sacre poste a difesa dell’umanità contro il caos presente. A questa dimensione spirituale – aggiunge Davide Russo – l’artista affianca una fisicità monumentale che guarda a Richard Serra: come nelle imponenti installazioni del maestro americano, il metallo di Scarduzio si impone come confine fisico, un baluardo che sfida la gravità e ridefinisce lo spazio pubblico come luogo di sosta e protezione. Tuttavia, la massa non diviene mai opacità. Il dialogo si estende alla linearità di Robert Schad, dove l’acciaio diventa un segno grafico teso nel vuoto. In Scarduzio, la solidità monumentale di Serra incontra la dinamicità aerea di Schad: il metallo cessa di essere peso per farsi scrittura solida, un tratto netto che incide l’aria disegnando traiettorie di resistenza”. Ruolo importante per la produzione di Scarduzio è anche quello che gli è stato fornito da una lunga carriera nella didattica e nella grafica. “Come insegnante, Scarduzio non si limita a trasmettere la disciplina del ‘segno puro’ o il rigore della progettazione – spiega ancora Davide Russo parlando dell’artista – egli educa alla responsabilità dello sguardo. Per Scarduzio, insegnare significa fornire alle nuove generazioni gli strumenti critici per interpretare la realtà e resistere alle derive della violenza. Il suo insegnamento diventa un laboratorio di democrazia dove la precisione del tratto grafico si traduce in onestà intellettuale. Ogni curvatura, ogni incisione millimetrica sul metallo è l’esito di un calcolo grafico raffinatissimo, ma è anche un atto educativo: il contrasto tra pieni e vuoti, tra la luce riflessa e l’ombra proiettata, insegna che la bellezza e la protezione nascono solo dall’equilibrio e dal rispetto dello spazio altrui.
Questa padronanza tecnica, nutrita da una profonda vocazione pedagogica, gli consente di affrontare sfide monumentali con una maestria che trasforma le grosse lastre industriali in trame leggere, quasi tessili. Il valore di questa ricerca è stato sancito da prestigiosi riconoscimenti, come la vittoria del concorso per la riqualificazione del Parco delle Foci del Po, dove la sua visione architettonica ha saputo dialogare con il paesaggio naturale. Oggi, Antonio Scarduzio invita il pubblico a entrare nel suo universo di metallo: un luogo dove l’insegnamento si fa pratica, l’architettura si fa scultura e l’arte ritorna alla sua funzione più alta e necessaria: essere riparo, essere baluardo, essere Scudo a difesa dell’umanità indifesa e testimone di una pace possibile”.



















