da redazione
C’è chi il ritmo lo impara e chi, come Alessandro Ramazio, lo respira tra il sale del Mediterraneo e il riverbero delle scogliere di Capri. Motore ritmico dei Los Truffaldinos, Alessandro ha trasformato le bacchette in un passaporto, passando dai vicoli dell’Isola Azzurra ai palcoscenici imponenti della MSC Splendida.
Dopo aver affinato il talento nei teatri galleggianti, oggi riporta a casa un’esperienza internazionale che profuma di mondi lontani, unendo la precisione tecnica dei grandi show al caos creativo di una band che è pura energia. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come si trasforma una passione in una carriera d’altomare.
Alessandro, dicono che tu abbia iniziato a tenere il tempo prima ancora di camminare. Quando hai capito che la batteria sarebbe stata la tua voce e non solo un passatempo?
È stato un istinto naturale. Già all’asilo trasformavo ogni oggetto in una percussione: piatti, tavoli, tutto ciò che avevo sottomano diventava uno strumento. Mia madre provò a instradarmi verso il calcio, ma i risultati furono fallimentari. A sei anni mi chiese cosa avrei voluto suonare davvero e non ebbi dubbi: “La batteria”. Da quel momento non ho mai smesso di colpire un rullante.
Crescere su un’isola meravigliosa ma piccola può essere limitante. Come hai costruito il tuo metodo di studio e chi sono i mentori che hanno segnato il tuo percorso?
Ho mosso i primi passi al Kaos Music Lab con Raffaele “Lele” Sabella, ma la svolta è arrivata circa cinque anni fa con il Maestro Mariano Celentano. Lui non è solo il mio mentore, è il mio batterista preferito in assoluto. Capri è un microcosmo: se entri nel giro giusto e hai disciplina, si aprono porte incredibili. Il segreto è non smettere mai di considerarsi uno studente.
Se dovessi scattare una “fotografia sonora” del tuo stile usando tre aggettivi, quali sceglieresti?
Direi egocentrico (artisticamente parlando, bisogna sapersi prendere la scena), creativo e rigorosamente professionale. Porto sempre con me la solarità di Capri, ma la affianco a una precisione quasi maniacale.
Dalla terra ferma alle onde: cosa si prova a lasciare il molo di Capri per i riflettori di un gigante come la MSC Splendida?
È un’esperienza che ti regala un prestigio enorme. Suonare su una nave da crociera ti mette davanti a un pubblico globale che cambia ogni settimana, ma è un’arma a doppio taglio: la ripetitività degli show rischia di appiattire la creatività. Per questo non ho mai abbandonato lo studio quotidiano; è lì che avviene la vera crescita, esplorando le infinite possibilità dello strumento anche quando sei in mezzo all’oceano.
Cosa ti è mancato di più della “tua” isola mentre eri in navigazione e quale lezione hai portato a casa da quell’esperienza “fuori”?
Mi è mancata l’anima della scena locale e, soprattutto, l’intesa con i Los Truffaldinos. D’altra parte, il “fuori” mi ha insegnato la gestione del pubblico: persone diverse, culture diverse, tutte unite dalla voglia di divertirsi. Ho imparato che il ritmo è un linguaggio universale.
Oggi sei il cuore pulsante dei Los Truffaldinos. Come sei approdato in questa “famiglia” e che tocco internazionale hai portato nel gruppo?
Il mio ingresso è stato un passaggio di testimone quasi sacro. Il mio Maestro, Mariano Celentano, non poteva più dedicarsi a tempo pieno alla band e, per stima artistica, ha deciso di cedere a me il suo posto. Oltre alla tecnica, porto con me l’abitudine alla performance d’alto livello, ma la verità è che con loro tutto è naturale: siamo amici prima che colleghi.
L’obiettivo dei Los Truffaldinos: restare i re delle notti capresi o puntare a esportare il vostro sound altrove?
Siamo una colonna sonora fondamentale per Capri, dai locali storici alle piazze, fino agli hotel di lusso. La cosa bella di quest’isola è che ti permette di confrontarti con il mondo intero rimanendo a casa. Vogliamo continuare a regalare serate magiche, ma siamo pronti a portare la nostra energia ovunque ci sia un palco.
Chiudiamo con un sogno: se potessi abbattere le barriere del tempo, con quale artista vorresti condividere il palco?
Senza ombra di dubbio, Pino Daniele. È stato un poeta, il più grande in assoluto. Sono cresciuto con le sue canzoni e mi addolora non aver mai vissuto un suo live. Duettare con lui sarebbe il traguardo di una vita.






















