La Lettura della Domenica di Luigi Lembo – L’inconfessabile delitto di “Zupparella”

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Seggiovia Monte Solaro

di Luigi Lembo

Francesco Alberino può essere senza dubbio considerato uno degli scrittori più insoliti e originali della nostra Isola.  Un personaggio tra i meno conosciuti ma anche colui che ha fornito uno spaccato della storia di Capri in un periodo di trasformazione in cui mancano molti riferimenti ad eventi e personaggi.  Un poeta popolare, un “poeta delle piccole cose”, come lo ha definito recentemente uno scrittore. Francesco era  un acuto osservatore delle cose di Anacapri, suo paese d’origine, e relatore, nel corso dell’Ottocento delle varie fasi della sua trasformazione. Potremmo definire Francesco un cronista acuto ma anche un personaggio pieno di ironia e di buon umore: genuino, ruspante, vero. Vero come erano gli uomini di quelle generazioni. Come ogni personaggio dell’epoca era conosciuto con un soprannome, pratica comune in un contesto come il nostro per riconoscersi.  Il suo era “la monaca”. Sapete perché? Da giovane sua madre aveva fatto (chissà perché) voto di castità, e si era vista affibbiare immediatamente quel nomignolo. Poi, un giorno, aveva incontrato un falegname, e si sa come vanno certe cose… Di Alberino ci rimangono due pubblicazioni: un dettagliato reportage sulla “Presa di Capri” e  quello che potrebbe essere correttamente definito come uno spaccato sociale della periferia urbana isolana qual è “Anacapri Civilizzato”.  Da questo prezioso documento è possibile estrapolare storie cosiddette minori ma che danno un’idea di una società rurale che viveva spesso drammi incredibilmente attuali. Di questi vorrei oggi ricordarvi un “noir” che all’epoca fece scalpore e che racconta a pieno la condizione femminile sull’Isola nell’ottocento e dell’esigenza straordinariamente moderna di rivalsa a fronte di abusi e sottomissioni.  E’ la storia della “Zupparella” una donna bellissima, come potevano essere solo le donne dell’epoca. Alta, magra, con ricci capelli neri e col solo difetto di un’andatura claudicante conseguenza forse di una malattia adolescenziale. La “Zupparella” era la moglie fedele di un rude contadino Anacaprese; viveva in una modestissima casa lontana dal centro e tra le sue mansioni, oltre al desinare era quella di aver cura del pollame e degli altri animali della sua aia. Il rapporto col marito non era certo dei migliori, conseguenza  di sottomissioni e di continue violenze. Ma il carattere fermo della donna andò oltre il subire passivamente tanta violenza e nella sua mente balenò l’idea di realizzare  un omicidio perfetto, forte della convinzione che la morte del marito avrebbe risolto ogni suo problema e che causata in modo adeguata, o meglio,  non spiegata, entrava all’epoca subito a far parte della casistica dei suicidi.  Ideò così qualcosa di originale: sapendo che suo marito aveva l’abitudine di mangiare sui cigli dei burroni di Monte Solaro, gli avvelenò la focaccia sperando che poi fosse caduto in un dirupo. Sfortuna volle che il marito fu chiamato quel giorno in un giardino per un lavoro e decise di mangiare lì la colazione avvelenata. Scoperta l’assassina ci fu una vera sommossa popolare per portare a processo la donna a cui seguì un’esemplare condanna sostenuta, a furor di popolo, contro la fedifraga ma povera “Zupparella”. Le cronache non ci raccontano poi che fine abbia fatto Zupparella e quale sia stata la pena per il suo delitto; la sua storia è comunque emblematica del retaggio culturale ed esistenziale di chi, come le donne isolane, nonostante l’essenziale ruolo sociale che svolgevano nel reggere l’economia familiare erano invece oggetto all’epoca di discriminazioni e mortificazioni. Oppressione che avrebbe in parte trovato soluzione solo con le campagne di emancipazione femminile della seconda metà del 900.