Degrado ed incuria a Villa Jovis, abbandono negli scavi della villa imperiale

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Anna Maria Boniello.
Capri – Degrado ed incuria a Villa Jovis. I ruderi del palazzo imperiale di Tiberio, che si estende su una superficie di oltre 70.000 metri quadrati, e che è ritenuto la più grande residenza dell’imperatore sia a Roma che a Capri, versano da tempo in uno scandaloso stato di abbandono. Villa Jovis, che dall’alto della collina domina la vallata a cui è stato dato il nome Tiberio, è una delle attrattive più importanti dell’isola sia per il suo valore storico sia per il contesto naturale in cui si trova. Dall’alto del Monte Tiberio infatti si gode di una vista a 360° gradi che spazia sui golfi di Napoli e Salerno. Il cancello d’ingresso, che introduce il visitatore nel mito e nella storia dell’isola, è sbarrato dal mese di gennaio con un grosso catenaccio. Ad annunciare la chiusura dell’importante sito archeologico solo un misero cartello dove con una scritta a pennarello si comunica che Villa Jovis resterà chiusa ai visitatori dal 7 Gennaio sino al 24 Marzo. Un lasso di tempo che sta per trascorrere ma all’interno degli scavi archeologici regna l’abbandono. Ai tanti cittadini e turisti che chiedevano informazioni sui motivi della chiusura era stato detto che l’inibizione alla visita era stata stabilita dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici che doveva effettuare lavori strutturali necessari a riqualificare l’intero percorso che attraversa i ruderi romani che risalgono ormai a duemila anni. I lavori, però, non sono mai iniziati e anche se la data della riapertura è ormai imminente un vergognoso scenario si è presentato ad alcuni coraggiosi che nonostante il divieto hanno scavalcato il muro di cinta ed hanno fotografato lo stato dei luoghi con lo scopo di denunciare l’abbandono di uno dei più significativi siti monumentali dell’isola. Calcinacci, sterpaglie, radici infiltrate nelle pareti, insieme a detriti e addirittura pezzi di antichi muri di contenimento che giacevano lungo i vialetti ostacolando il passaggio. Numerose anche le infiltrazioni di acqua negli stretti cunicoli e nelle ampie sale che sono stati i muti testimoni delle gesta dell’Imperatore che da quel palazzo per ben 11 anni governò l’Impero Romano. A riportare alla luce quel tesoro architettonico che era rimasto per millenni sepolto fu l’opera di un diplomatico austriaco con la passione dell’archeologia, Norbert Hadrawa, sotto il dominio Borbonico. A completare l’opera nel 1932 arrivò Amedeo Maiuri, archeologo italiano a cui è dedicata la strada che conduce alla villa, che valorizzò l’intero sito archeologico facendolo conoscere in ogni angolo del mondo. Villa Jovis infatti è uno dei luoghi del mito dell’isola azzurra, che viene visitato ogni anno da migliaia di persone che si intrattengono su quei belvedere a picco sul mare, e in particolare ad ammirare ciò che resta dell’antico faro con il quale l’Imperatore, grazie ad un sofisticato meccanismo di specchi e falò inviava messaggi sulla terraferma. E adottando questo sistema, secondo alcuni storici, Tiberio ricevette da Gerusalemme la notizia della crocifissione di Cristo. Ed è proprio il faro il reperto più a rischio in virtù della crescita al suo interno di radici ed erbacce che ne minano la stabilità, così come le enormi cisterne, un articolato sistema di ingegneria idraulica, che riuscivano a raccogliere acqua a sufficienza per rispondere alle esigenze degli ospiti dell’intero palazzo imperiale ed anche di alcuni abitanti della zona. Il palazzo imperiale dedicato a Giove, è un bene dell’intera umanità per il suo enorme valore storico e deve essere tutelato sia dall’incuria dell’uomo che dall’aggressione del tempo. Ed il cancello chiuso rappresenta una vera e propria offesa alla vocazione turistica dell’isola ed alla sua storia. Già nel mese di ottobre 2011 la sovrintendenza aveva portato, a causa dei tagli dovuti alla crisi economica, a 5 giorni a settimana l’apertura del sito, riducendo anche gli orari di visita di 3 ore. Una decisione che aveva suscitato diverse lamentele anche da parte degli operatori turistici che oggi denunciano la chiusura totale del sito che da mesi priva i turisti di una tappa importante nel loro tour ed invitano le autorità competenti ad intervenire prontamente. Un intervento che è stato già avviato dall’Assessore al Turismo e alla Cultura Marino Lembo che ha presentato, da parte del Comune, un progetto di lavori a Villa Jovis attraverso la partecipazione al bando regionale FESR che eroga i fondi europei per la riqualificazione dei siti archeologici.

 


Sono poco meno di centomila i turisti che visitano ogni anno Villa Jovis. Per le visite si paga un biglietto di ingresso di 2,00 euro a persona. Sono esentati dal pagamento e godono dell’accesso gratuito i cittadini italiani e degli stati membri dell’Unione europea aventi un’età inferiore ai 18 anni e superiore ai 65 anni. Per i cittadini dell'Unione europea di età compresa tra 18 e 25 anni l'importo del biglietto di ingresso è ridotto alla metà. Villa Jovis si piazza al terzo posto dei siti culturali più visitati sull’isola: lo precedono soltanto la Grotta Azzurra e Villa San Michele.

All’interno degli scavi, proprio sulla sommità del monte, sulle rovine di Villa Jovis, per consacrare il luogo pagano fu eretta la chiesetta di Santa Maria del Soccorso. Una piccola costruzione che con la sua architettura racchiude le linee della tipica casa caprese dedicata al culto di Santa Maria e posta in un punto dove i marinai potevano rivolgere lo sguardo in caso di tempesta. L’esistenza della chiesetta secondo gli storici risale almeno al 1570 e sullo slargo antistante la chiesa fu eretta un’altissima stele sormontata da statua in bronzo della Madonna. L’immagine sacra venne danneggiata da un fulmine durante un fortissimo temporale e la statua attuale è stata sostituita nel settembre del 1979.

Gli abitanti di Tiberio, chiamati nella parlata locale i tiberiani, il 7 settembre di ogni anno rinnovano un rito che si tramanda da oltre un secolo quando crearono un comitato per organizzare i festeggiamenti di Santa Maria, in onore a Santa Maria del Soccorso. La tradizione della Piedigrotta Tiberiana si tramanda di padre in famiglia e coinvolge il 7 settembre capresi, turisti che salgono a Tiberio per assistere al rito religioso che si officia nella chiesetta e per partecipare alla sagra folkloristica che si svolge lungo le strade della contrada, nelle case dei tiberiani e nella piana chiamata della pietra dove si organizza per l’occasione uno spettacolo musicale e folkloristico.

Il Faro di Tiberio originariamente era alto 20 metri e largo 12. Della struttura originaria ne rimangono poco più di 10 metri ed oltre ad essere un faro di avvistamento serviva all’imperatore per lanciare, attraverso un complicatissimo congegno di specchi, messaggi in terraferma partendo da Punta Campanella, seguendo un determinato codice. Si trova completamente distaccato dal complesso della villa imperiale. La torre a causa di una violenta scossa di terremoto venne danneggiata nel 37 d.C., pochissimi giorni prima della morte dell’imperatore Tiberio che avvenne a Seiano nell’unico viaggio fatto dopo 11 anni di permanenza ininterrotta sull’isola. La torre del Faro venne ricostruita durante l’età flavia.