Giuseppe Salvia nel ricordo dei figli «Nostro padre tolse potere a Cutolo, tutti ne ricordano il sacrificio»

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Fonte: Roma

di Marco Altore

NAPOLI. La notizia della morte del boss della malavita Raffaele Cutolo ha riaperto ferite antiche ma allo stesso tempo ancora profonde. Tante le vittime innocenti in quel periodo difficile per la Campania e per la storia italiana.

Una di queste fu Giuseppe Salvia, barbaramente ucciso per mano della criminalità organizzata il 14 aprile 1981 all’ altezza della Tangenziale Arenella.

Un agguato ordinato, secondo gli organi inquirenti e giudiziari, proprio dal boss Raffaele Cutolo, che per quel delitto fu condannato alla pena dell’ ergastolo in via definitiva insieme agli esecutori materiali dell’ omicidio. Salvia dal 1976 fino al giorno della sua morte lavorò all’ interno della casa circondariale di Poggioreale arrivando a ricoprire il ruolo di vice direttore. Impassibile ad ogni tentativo di intimidazione e corruzione, Salvia non ha mai abbassato la testa. Anzi, si è sempre battuto per la legalità e il rilancio dell’ istituto di pena. A costargli la vita fu però la decisione di perquisire personalmente, poiché le guardie carcerarie temevano ripercussioni, il boss della Nuova camorra organizzata al ritorno da un’ udienza processuale. Uno sgarbo non gradito. Salvia, all’ età di 38 anni, pagò così un prezzo altissimo la consapevolezza di assumere questo comportamento per “dovere di servizio”. E proprio per questo, Giuseppe Salvia non è mai stato dimenticato dallo Stato e neppure da tantissimi suoi concittadini: prima ha ricevuto la medaglia d’ oro al merito della redenzione sociale e nel 2013 gli è stata dedicata l’ intera casa circondariale. «Non voglio commentare la notizia del suo decesso – dice al “Roma” Antonino Salvia, figlio di Giuseppe Salvia, che all’ epoca dei fatti aveva cinque anni e oggi lavora nel Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria di Napoli – proprio come lui disse che dei morti non si parla quando il giornalista Joe Marrazzo gli chiese diversi anni fa di mio padre. Vedo con soddisfazione che sui social molti ricordano il prezzo che ha pagato un uomo di Stato per adempiere al suo dovere. La perquisizione fu la goccia che fece traboccare il vaso, ma mio padre era nel mirino perché la sua azione in carcere toglieva potere ai criminali. Sono fiero di lui e porto avanti il suo esempio».

Ad intervenire è anche il secondogenito dell’ ex vice direttore del carcere napoletano, che nel 1981 aveva solo tre anni, Claudio Salvia: «Non ho mai augurato la morte a nessuno tantomeno a lui.

Nostra madre ci ha cresciuti con amore e serenità senza lasciare spazio all’ odio. Volevo soltanto che scontasse la sua pena. Sono felice che mio padre non sia sta to dimenticato. Nel 2011 gli è stata intitolata una scuola elementare nell’ isola di Capri, dove lui è nato, e nel 2013 il carcere dove ha lavorato. A differenza di altre vittime innocenti, la sua vicenda ha avuto anche un epilogo giudiziario. Io – continua Claudio Salvia – lavoro in Prefettura a Napoli ed ogni giorno cerco di onorare la sua memoria nel solco della legalità. Ai giovani dico di scegliere la strada giusta perché la malavita porta solo a morte e distruzione». Intanto il prossimo 14 aprile, in occasione del quarantesimo anniversario dell’ omicidio del vice direttore Salvia, il Comune di Napoli gli intitolerà una strada al Vomero e uscirà anche un libro con testimonianze e documenti inediti.