Storie capresi di Luigi Lembo – Miradois e la grotta di Matermania

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di Luigi Lembo

I recenti interventi di restauro lungo la strada del Pizzolungo ci hanno reso dinuovo godibile uno degli antri più affascinanti e per molti versi misteriosi della nostra Isola: la Grotta di Matermania. Per chi non la conosce, la grotta è situata sul versante sud occidentale dell’Isola; deve il suo nome alla divinità a cui essa era dedicata, ovvero la dea Cibele (la Mater Magna dei Romani), la dea frigia della natura e degli animali alla quale venivano tributati complesse cerimonie e sacrifici ma anche probabilmente al  toponimo «Mitromania» che ha invece origine dal ritrovamento di un bassorilievo mitriaco nella piana di San Costanzo,  il quale fa supporre che la grotta anticamente fosse un tempio dedicato al dio Mitra, importante divinità ellenistica e romana. Nella cultura popolare più recente la grotta era conosciuta anche  come grotta del Matrimonio in quanto le giovani coppie capresi, dopo essersi sposate, andavano nell’antro come rito propiziatorio prima del pranzo allestito nella casa della sposa. La Grotta di Matermania è formata da roccia calcarea; si estende per circa trenta metri, larga venti e alta circa dieci metri. Al tempo dei Romani era considerata come un sontuoso ninfeo con una sala absidata ai cui lati c’era un letto tricliniare di legno rivestito in marmo. Al centro c’era un incavo utile a raccogliere acqua che trapelava dalle pareti o da una presunta sorgente interna. Vari reperti furono trovati nel tempo tra cui una statuetta della dea Cibele e al rilevo del dio Mitra che sono conservati al museo archeologico nazionale di Napoli, oltre che una elegante lastra dimarmo scalpellata sui lati.  In epoca più recente la grotta fu abitata anche da insoliti personaggi; tra questi il più curioso fù certamente  Gustavo Giulio Ottone Dobrich, noto a tutti come Miradois. Miradois era un  monaco eremita che arrivò sull’Isola poco prima della fine della I Guerra Mondiale. Dopo aver girovagato per vari siti l’uomo si stabilì nella caverna, vivendo di radici erbe e latte di un’unica capra adottata tra quelle che vivevano libere nei dintorni. Di lui si sa poco se non che, al momento in cui lasciò l’Isola redisse un documento con il quale “donava” la  spelonca al comune di Capri redigendo un dettagliato  inventario di quanto in essa lasciata e che includeva: “Quattro letti in pietra, otto cuscini in sabbia e calcare, quattro mura e il sole”. Ben più movimentata fu l’esperienza legata all’uso della caverna da un’altra personalità: la  notte del 25 agosto 1910, il barone francese Jacques d’Adelswärd-Fersen  allestì nella cavità un tableau vivant alla presenza di alcuni suoi amici e domestici. L’antro era illuminato dalla luce di numerose fiaccole e disseminato di tappeti e cuscini; al centro dello stesso, inoltre, venne sistemato un piccolo altare. La rappresentazione con momenti a “luci rosse” si protrasse per tutta la nottata fino all’alba, al momento in cui sopraggiunsero i carabinieri che arrestarono i presenti; questi ultimi erano stati avvisati dagli abitanti della contrada, che da qualche giorno avevano notato uno strano movimento attorno alla grotta. Fersen, per evitare lo scandalo e l’onta dell’espulsione, si allontanò dall’isola andando a soggiornare a Napoli dalla sorella. Oggigiorno, la più tranquilla esperienza che vi consigliamo è quella invece di rivivere serenamente quella che è  la passeggiata lungo via Pizzolungo che resta uno degli itinerari più suggestivi della nostra Isola, soffermandovi magari per qualche istante in questa grotta, sfiorando con le dita le antiche pareti e provando magari a mettersi in ascolto degli echi di un movimentato passato.