Digital Summit e Confindustria, a Roma gli appuntamenti cult dell’economia legati a Capri

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Fonte: Il Mattino

di Nando Santanastaso

Due indizi spesso non fanno una prova ma un dubbio, questo sì, lo alimentano.
Due sono gli appuntamenti di un certo prestigio, nati o conosciuti nel nome di Capri, che quest’ anno sono stati dirottati lontano dall’ isola, da Napoli, dal Sud. L’ annuale «Capri digital summit», organizzato da EY sui temi dell’ innovazione e conclusosi ieri, si è svolto a Roma da remoto.
E sempre nella Capitale, venerdì e sabato prossimi, si svolgerà anche la 35esima edizione di quello che un tempo era il «Convegno nazionale di Capri dei Giovani industriali di Confindustria», voluto da Antonio D’ Amato nel 1986 quando era il presidente degli industriali under 40 per «bilanciare» la kermesse primaverile di Santa Margherita Ligure. Per la verità da alcuni anni era la Stazione marittima di Napoli a ospitare quest’ ultimo, per ragioni soprattutto di costi, ma ai fini del ragionamento è quasi un dett
aglio. Perché se è vero che dietro il trasferimento delle sedi e il conseguente, necessario ricorso alle piattaforme digitali c’ è l’ allarme pandemia e con esso una comprensibile prudenza organizzativa, è anche vero che il messaggio che ne deriva non è dei più accett
abili. Possibile che lasciare Capri, Napoli e il Sud sia stato così semplice da farlo sembrare perfino inevitabile? Possibile, cioè, che la caratura territoriale di eventi come questi, simbolo e soprattutto opportunità anche per il Sud che vuole innovare e discutere di sviluppo, sia stata cancellata proprio mentre, al contrario, è sul Mezzogiorno che si sta puntando per far ripartire il Paese? Provate a immaginare i meeting di Ambrosetti lontano da Cernobbio, è chiaro che la cosa sarebbe a dir poco improbabile e irrealizzabile. Qui no. E a nulla vale la dimostrazione, a suon di numeri, dell’ affidabilità organizzativa che proprio Napoli in questi giorni ha ribadito attraverso l’ Innovation Village, appena terminato al Polo universitario di San Giovanni a Teduccio e ovviamente sulle piattaforme social: quasi 5mila partecipanti in presenza e sul web. Un record, di questi
tempi. La sensazione è che – fermo restando il diritto di ognuno di organizzarsi dove e come meglio crede -, la storia della pandemia c’ entri fino ad un certo punto. E lo stesso vale per lo scarso peso decisionale di chi dovrebbe difendere e rispettare certe tradizioni, specie quando portano attenzione, interesse e curiosità sul territorio. Il dubbio vero è che si siano imboccate strade alternative non a caso, non solo insomma per tamponare un’ emergenza. Che si preferisca, cioè, cogliere l’ attimo per volgere lo sguardo altrove, salvando l’ immagine e la continuità con il richiamo di un logo o poco più, ma in realtà scavando un sottile, strisciante disimpegno da
l Sud. Farebbero bene a rifletterci i tanti, forse troppi fautori del cosiddetto «southworking», il lavoro da casa made in Sud al quale guardano molti dipendenti meridionali di aziende del Nord pronti a tornare alle origini e che a qualche economista sembra persino la soluzione ideale per i problemi del Sud. Se con la scusa della pandemia i centri decisionali di questo Paese iniziano a delocalizzare anche la conoscenza e le occasioni per diffonderla, sarà difficile evitare una nuova e ben più grave desertificazione, quella delle competenze. A quel punto non basterà più aver risparmiato sull’ affitto o sulla spesa o illudersi di poter trattenere i cervelli dalla fuga: in un Sud che non conta nulla la sconfitta sarà di tutti, giovani e vecchi.