Ma anche per un Club Sandwich ci vuole la ricetta?

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di Marco Milano

Ho rubato la domanda che fa da titolo a questa nuova discussione ad una persona che tempo fa preparava un club sandwich e basito alla mia domanda su come stava procedendo nella farcitura e scelta del pane ecc..ha replicato simpaticamente scocciato “ma mò pure pe fa nu tramezzino vai truvann ‘e cape e angel?”. Resto convinto che i miei sette lettori siano gli amici più stretti che per compassione cliccano sui miei scritti per evitare che “il contatore” di visualizzazioni si attesti su un rotondo zero, e quindi conoscono bene il dialetto napoletano, ma illudendomi che questa volta si sia aggiunto un ottavo lettore, traduco “ma ora anche per fare un tramezzino dobbiamo fare opere d’arte, cose complesse ed elaborate?”. E’ ovvio che a difendere la tesi sul fatto che anche un semplice panino con la mortadella “ha il suo perché e il suo per come”, sono sicuro di avere il conforto di qualcuno, ancor di più se si parla di un club sandwich che innanzitutto non è un tramezzino (che comunque ha tutta la sua dignità, varietà di ingredienti e difficoltà di preparazione) e poi perché, secondo la sopracitata teoria, anche delle fette di pane tostato farcite con fantasia necessitano di precisione, abilità, attenzione nella scelta dei prodotti e cura nei vari “passaggi”. Il club sandwich, altrimenti chiamato clubhouse sandwich nasce negli Stati Uniti. Nell’immaginario del consumatore ordinare un club sandwich significa degustare un piatto unico a base di pane tostato, carne di pollo o tacchino, pancetta, lattuga, pomodoro, maionese. Per una presentazione elegante si serve in tavola di solito tagliato in quarti o metà e tenuto insieme da stecchini. Nonostante lo archiviamo alla voce tramezzino, il club sandwich ha una storia, anche lunga legata per le sue origini allo “Union Club” di New York o al “Saratoga Club” a Saratoga Springs sempre nella Grande Mela. Sull’argomento ci sarebbero due versioni discordanti su quale dei due locali abbia abbinato per la prima volta due fette di pane, uno strato di tacchino e uno di prosciutto tra di loro, in ogni caso il club sandwich è entrato nei menù dei ristoranti americani da oltre un secolo e addirittura viene citato in un’opera d’arte, “Conversations of a Chorus Girl”, un libro di Roy Larcom McCardell, già nel 1903. Ma veniamo al dunque: anche per un club sandwich ci vuole la ricetta? Ebbene sì, per farlo rispettando la sua storia il club sandwich necessita di pane bianco appena tostato, su entrambi i lati, una foglia di lattuga assolutamente di tipo “iceberg”, la pancetta necessariamente fritta e pomodori, precedentemente conditi con olio, sale e origano, ma non troppo per evitare di “bagnare” il pane. A rendere “umide” le fette di pane sarà, infatti, l’aggiunta di maionese o senape a seconda dei gusti che andrà spalmata in modo uniforme sull’intero spazio delle fette di pane. Questa la “base”, l’essenziale per servire il club sandwich per antonomasia, ma tante sono le aggiunte e le varianti. Alcuni sostituiscono la pancetta con il sopracitato tacchino (o pollo), o mettono entrambi, altri per farne un pasto completo a tutti gli effetti aggiungono uova sode o del roast-beef. Gettonata è anche la versione con fette di formaggio di varia specie, dal cheddar alla sottiletta tradizionale, (possibilmente quella più “spessa”). Più moderne ma in voga nell’ultimo periodo le varietà vegetariane con avocado e spinaci e il club sandwich “versione mare” con salmone, tonno e polpa di granchio. Non va dimenticato, infine, che ogni club sandwich che si rispetti va accompagnato con “coleslaw”, (ovvero un’insalata di cavolo cappuccio crudo molto americana) e patatine fritte.