Geniali, allegri e rissosi: l’ altro Peppino di Capri racconta i re del tennis

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Fonte: Il Mattino

di fdl

 L’ altro Peppino di Capri ha cominciato a girare il mondo giovanissimo. E non per cantare. Prima per imparare le lingue (ne parla cinque) e lavorare, poi per i grandi tornei di tennis. Giuseppe Di Stefano a 73 anni ha raccontato la sua storia di arbitro internazionale – oltre 5000 partite dal 1974 al 2012 – nel libro Sotto la sedia (pag. 224, euro 12,50, LeVarie), scritto con la collaborazione dei giornalisti Marco Caiazzo e Marco Lobasso e la prefazione di Nicola Pietrangeli.

Un lungo viaggio cominciato 46 anni fa iscrivendosi a un corso per giudice di linea. Ne ha fatta di strada, il caprese piccolo di statura, dalla parlantina sciolta e dal sorriso largo. Tanti e gustosi i particolari raccontati da Di Stefano, alcuni anche piccanti, come l’ ammirazione non solo tennistica per Lea Pericoli: «Insieme a molti altri, arbitri, giocatori e soci dei circoli, ci mettevamo alle sue spalle per lo sfizio di vedere questa leggendaria coulotte di pizzo». Del rapporto con Martina Navratilova, invece, ricorda un altro particolare: «La sua stretta di mano: ci volevano due delle mie».

John McEnroe, una delizia per il pubblico e una croce per gli arbitri, in una finale a Stoccarda contro Ivan Lendl contestò con violenza una decisione di Di Stefano e ruppe una racchetta. «Ma You cannot ne serious?, non farai mica sul serio?, a me John non lo ha mai detto». McEnroe lo chiamava Pipino, Lendl invece Peppe. Il rapporto con Ivan fu spesso teso, anche se l’ ex arbitro aveva intuito che le proteste e le perdite di tempo erano soprattutto una strategia per innervosire l’ avversario.

Ma una volta il giudice perse il suo aplomb e convocò Ivan alla sedia, per dirgli: «Adesso taci, mi hai rotto le palle, chiudiamola qui». Ion Tiriac lo chiamava Spaghetti napoletano con un beffardo sorriso. Un matto, il romeno, che una volta sfilò la scarpa dell’ arbitro in segno di protesta.

Coinvolgente l’ allegria di Noah, che dopo la vittoria della Francia in Davis provò a gettare Di Stefano in piscina.

La tristezza per il ricordo di Michael Westhphal, il primo tennista morto di Aids, a 26 anni, nel 1991. «Abbandonò durante un match: Non ce la faccio. Pochi mesi dopo morì». E poi l’ affetto per Panatta. «Quel coro Adriano Adriano agli Internazionali di Roma non avrei potuto interromperlo neanche se fosse durato cinque minuti». Gli avversari lo tolleravano in segno di rispetto per il campione azzurro, di cui Di Stefano ricorda un’ esibizione al Palasport di Napoli nell’ 81. Gremite le tribune del Mario Argento – chiuso nel 98 e poi cancellato dall’ incuria della politica cittadina – per uno dei match della serata, quello con l’ indiano Vijay Amritraj. Dagli spalti qualcuno urlo: «Adria’ fallo niro niro». Si dissolse la concentrazione di Panatta, che guardò l’ avversario di colore e si piegò in due dalle risate, non riuscendo più a giocare. «Amritraj mi chiese: Peppino, ma che succede?.

Non sapevo cosa rispondergli», ricorda Di Stefano, che sui campi di tutto il mondo era presentato dagli speaker come l’ arbitro che arrivava dal sole dell’ isola di Capri, Italia. E Borg? «Come Edberg, quando qualcosa non gli andava a genio mi guardava con una faccia che diceva molto di più di un’ arrabbiatura».