Francesco Durante, il ricordo di un giornalista vero

0
107

Fonte: Il Messaggero Veneto

di Paolo Medeossi

La poesia, quando è vera e sincera, dice tanto, dice tutto. E lo fa in modo sorprendente, come accade con alcuni versi scritti nel friulano di Casarsa e il cui autore era nato nella luminosa Anacapri. Storia singolare e meravigliosa, che intreccia un po’ tutto, compreso il senso intimo di come appartenere con la stessa passione e curiosità a un sud e a un nord del mondo. La poesia si intitola “Tornant al país” e dice a un certo punto: “Jo ti recuardi, país/di timp romai àrsit;/jo peciadòur, no pì frut,/zint ju viers la Marina e il mont”. Sono versi che echeggiano naturalmente quelli famosi di Pasolini, e che pure si intitolavano “Tornant al país”, creando una sorta di legame stretto, forte, tra pianeti distanti, in apparenza senza possibilità di incontro e dialogo, e che invece entrano in contatto se protagonista della vicenda, sua personale e di tutti, è chi sa guardare e vivere oltre i limiti prevedibili delle nostre esistenze.

Il “no pì frut” che ci ha regalato questo ritorno a casa è stato Francesco Durante, giornalista, scrittore, operatore culturale, professore di letterature comparate, traduttore, dirigente editoriale, cantante rock, «una delle menti più brillanti del Mezzogiorno», come venne definito un anno fa sul giornale di Napoli nell’ articolo che raccontava con dolore stupito la sua improvvisa morte, avvenuta a 66 anni, il 3 agosto 2019, nella piazza di Capri, in una giornata di sole.

Curioso davvero che su un libretto pubblicato dalle edizioni La Conchiglia di Capri e con un titolo enigmatico (che però contiene un anagramma e un segreto), ovvero “Donnacrapa Catoblepa”, appaiano queste parole in friulano, che Durante conosceva bene avendo vissuto la giovinezza a Pordenone, con la mamma e il papà, militare, e avendo lavorato al Messaggero Veneto dal 1974, prima di spiccare il volto verso altri giornali e altri destini professionali.

“Dudù il caprese”, come veniva chiamato (viste le origini) nella giovane redazione creata a inizio anni Settanta dal direttore Vittorino Meloni, fu in prima linea nei giorni del dopo-terremoto narrando uno a uno i paesi devastati. Nella sua cronaca dell’ 8 maggio 1976 scrisse: «Arrivare a Majano, oggi, è come trasferirsi in un altro mondo, fatto di relitti, di polvere, ancora più accecante sotto il sole caldissimo. Per le strade una folla muta, sballottata da un senso doloroso di impotenza, di disperazione, che soltanto la voglia di rendersi utili può mitigare. E allora la gente si rimbocca le maniche, ritrova un più forte spirito di iniziativa…».

Da attento cronista di 23 anni, già in quei primi momenti aveva capito bene cosa sarebbe successo nel Friuli da ricostruire. Scene e piccoli lampi, molto preveggenti.

Poi Francesco partì, per proseguire la sua straordinaria carriera, affrontata con grande talento, senza mai farlo pesare sugli altri, illuminandolo anzi grazie a un eterno sorriso. A Pordenone e in Friuli non è stato dimenticato, come ha narrato il 4 luglio scorso Maria Antonia Pili in un bellissimo articolo su queste pagine. Ricordarlo adesso, a un anno dalla scomparsa, è un piccolo atto di gratitudine sincera. E da laggiù, da Anacapri, ci giungono un sorriso e un soffio di vento caldo. Il vento del Sud.