Guido Barendson «Capri è un pugile suonato ora fermezza o sarà la fine»

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Fonte: Il Mattino

di Antonio Menna

La definisce stordita come un campione di pugilato colto di sorpresa e messo a tappeto da un dilettante. «I capresi si erano abituati al turismo ricco degli stranieri, soprattutto degli americani, e oggi appaiono confusi e disorientati di fronte a questa marea di gente nuova, molti campani, molti ragazzi, alcuni con le loro barche, indisciplinati, caotici, che soprattutto nel weekend prendono d’ assalto l’ isola e la sottopongono a uno stress che qui non si è mai vissuto». Guido Barendson, 69 anni, giornalista, volto storico del Tg5 prima, della Rai dopo, con Capri ha un rapporto speciale fin da bambino. Ci veniva con i genitori da adolescente e poi non ha mai smesso. Il padre e la madre hanno lasciato come ultima volontà che le loro ceneri fossero disperse proprio sull’ isola azzurra. E oggi il giornalista, quando vuole ritrovarli, va a fare un bagno con loro.

Polemiche su assembramenti e mancato uso delle mascherine: come si spiega questa fatica a rispettare le regole sull’ isola?

«Dobbiamo partire da un dato: i capresi durante il lockdown sono stati bravissimi. Si sono comportati in maniera straordinaria, con grande forza e disciplina, nessuno ha sgarrato. Questo elemento di fermezza nel rispetto delle regole si è talmente radicato nelle abitudini che oggi i capresi portano tutti la mascherina e rispettano le distanze, anche all’ aperto. Il problema arriva con i cosiddetti forestieri, quelli che vengono da fuori, che quest’ anno sono italiani, soprattutto campani, e per grande parte giovani e giovanissimi. C’ è un termine napoletano per definirli che non è traducibile: guagliunera.

Una massa di ragazzi un po’ indisciplinati, che prima qui si vedevano poco, e che evidentemente quest’ anno ritengono di poter sbarcare a Capri, soprattutto nei fine settimana».

Fa bene il sindaco a farsi sentire?

«Assolutamente. Tra venerdì e domenica sera qui c’ era l’ ira di Dio. Ha fatto bene, bisogna rispettare le regole. C’ è da dire che questa difficoltà, soprattutto con la movida, c’ è anche a Roma, a Napoli, e nelle grandi città. È molto difficile governare il fenomeno, né si può pensare di risolvere la questione militarmente. La gente deve imparare ad autodisciplinarsi. I capresi sono stati un esempio di ordine e di responsabilità. Ma chi viene dall’ esterno no ed effettivamente rischia di rovinare tutto».

È cambiata la tipologia delle persone che arrivano a Capri rispetto agli anni scorsi?

«È cambiata in maniera abbastanza clamorosa. I capresi, come quelli che stanno a Ravello, quelli che sono nei posti top della costiera, si sono adagiati sugli americani e su un giro ristretto di stranieri molto ricchi e benestanti.

Quest’ anno non c’ è quella massa di ricchi che viene dall’ estero. Questo ha stordito e sorpreso l’ economia locale. I capresi hanno sempre vissuto con la certezza che tra luglio e settembre sarebbe stato garantito, matematicamente, dagli stranieri, in primis dagli americani, il giro d’ affari su cui hanno costruito un enorme successo internazionale. Non pensavano che potesse finire così, all’ improvviso. Qui ad aprile, maggio, avevano quadro completo delle prenotazioni: sapevano quanta gente sarebbe arrivata. Questa roba è saltata, e adesso trova spazio gente che prima non veniva, che i capresi non volevano, e che oggi accettano controvoglia perché le necessità economiche esistono e bisogna in qualche modo salvare il salvabile rispetto a una crisi che sarà durissima.

Qui tutta l’ economia è stagionale. Saltata la stagione, salta l’ anno».

E il mordi e fuggi che cosa porta all’ economia dell’ isola?

«Non porta quasi nulla. Più problemi che altro. Ma questa estate va un po’ così. Negli ultimi due, tre anni, alcuni imprenditori qui si sono arricchiti. Ma i lavoratori soffrono, e quindi anche se si prende poco, lo si accetta».

Non solo mascherine e assembramenti, anche il mare non sembra passarsela bene. Ci sono delle foto scattate sabato scorso che mostrano una tale quantità di barche che se vuoi saltare di imbarcazione in imbarcazione, dallo Scoglio delle sirene fino alla Fontelina, puoi farlo senza toccare l’ acqua.

«Questa cosa sta devastando il fondo marino, ci sono ancoraggi selvaggi. Mille, duemila ancore buttate al giorno, senza controllo, non si rispetta il limite dei 300 metri dalla riva: questo porta inquinamento e devastazione.

Occorrerebbe una mano più ferma: controlli, pianificazione. Molti, poi, vengono da Napoli o dalla costiera, vengono con il ruoto, la mappatella. Per carità, senza nulla togliere a nessuno, ne hanno diritto. Ma ci vogliono regole. Da tempo, con un gruppo di capresi, chiediamo l’ istituzione di un’ area marina protetta come è stato fatto in Sardegna o in Spagna. Ma qui non si riesce a farlo e non si capisce perché».