E la chiamano estate

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Riceviamo da Martha De Laurentiis e pubblichiamo

Fonte: List

di Maite Carpio

Siamo stati costretti a vivere “tra parentesi”, in una sorta di limbo di non vita o vita in sospeso. La bella stagione, il sentimento Mediterraneo, il bisogno di riacquistare fiducia. Un viaggio solare di Maite Carpio nell’immaginario italiano

Sapore di sale / Sapore di mare / Che hai sulla pelle / Che hai sulle labbra. Così cantava Gino Paoli in  una delle tantissime canzoni italiane dedicate all’estate. La stagione che sentiamo nostra, che meglio si adatta a noi e ci rappresenta. Il momento magico dell’anno, quando si va in giro abbronzati, belli, spensierati e leggeri alla ricerca di un po’ di eccesso di entusiasmo. Le Cinque Terre, la Costiera amalfitana, Capri, la Sardegna, la Puglia, Ponza, Forte dei Marmi, Siracusa o le Eolie. I posti di mare in Italia sono infiniti, uno piu bello dell’altro e questo ha fatto di noi una destinazione ambita da tutti e da tutti invidiata 

Quel senso d’inconscienza che ci faceva pensare che tutto era possibile, ancora una volta. Spiaggie infinite o nascoste, un sole splendente, il cielo sempre limpido e rassicurante, le giornate lunghe, un Campari, gli spaghetti di Maria Grazia a Nerano o un’altra qualsiasi straordinaria trattoria di famiglia, la passeggiata sul lungomare, una cena romantica con una bella donna o un finto Latin lover mentre sentivamo la musica del mandolino. L’immaginario italiano che ha fatto sognare metà del mondo e incantare il nostro spirito godereccio.  “Let’s twist again”, recitava come nessun altro Peppino di Capri

Ah! L’estate! L’unica vera certezza italiana, il sacrosanto credo della ricompensa estiva . Chissà come faremo quest’anno 2020 con la minaccia del Covid-19 ancora in giro. I tavoli appiccicati per farti gli affari degli altri e non i tuoi, gli ombrelloni di Capalbio, Rimini, Punta Ala o Milano Marittima  dove si capisce chi c’è e chi conta, i turisti da entusiasmare o prendere in giro… non ci saranno più, ma vorremo ancora arrampicarci tra i parasoli per avvicinarci di qualche centimetro, con la mascherina a metà perché non è molto chiaro qual e in questo momento la fenomenologia giusta dello sfigato, dell’ambita preda, qualunque essa sia. Magari con un geometra frustrato che ci segue con il righello in mano per misurare la distanza di sicurezza e un suo assistente che ti spruzza addosso un po’ di candeggina, mentre tu provi a balbettare qualche parola di protesta  e lui, ardito come tutti quelli che pensano di avere ragione, ti ricorda che è stato il presidente degli Stati Uniti a consigliare di bere il disinfettante per cui che vuoi che siano un po’ di spruzzi campati per aria. E tu lo guardi e non sai cosa rispondere perche ti verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi, mentre pensi alla fatica che hai fatto per leggerti l’ultimo decreto del presidente Conte, e allora respiri profondamente perché intanto ti sei abituato alle lamentele di tua moglie e alle lagne di tuo marito e che vuoi che sia lo slancio vitale di un giovanotto senza contratto sulla spiaggia. Anzi, decidi che, tanto vale, sopra la candeggina è più conveniente mettere uno spruzzo di protezione solare, a questo punto anche bassa perche non sai se ti andrà di ritornare in spiaggia. Così ti ricordi perplesso della canzone di Bruno Martino:  “E la chiamano estate / Questa estate senza te / Ma non sanno che vivo / Ricordando sempre te / Il profumo del mare / Non lo sento, non c’è più / Perché non torni qui / Vicina a me”. Ti credo! Con tutta questa candeggina e la mascherina addosso che prima portavano solo quegli sfigati dei cinesi (qui la fenomenologia è chiarissima)  che profumo vuoi sentire? Ancora peggio, chissà se vorrai mai che qualcuno torni vicino a te.

Battaglia persa, ve lo dico già, sarà una fatica immane. Da rinunciare prima di partire. E invece se c’è un motivo che ci  spingerà ad uscire dalla zombificazione dove il terrorismo mediatico del governo Conte ci ha fatto piombare, sarà il desiderio dell’estate. Il sogno di libertà, di giovinezza.  Sarà il sole, il mare, l’aperitivo, la voglia di rimorchiare e farci belli, le ragioni che ci faranno riacquistare fiducia. La vita!  Alla faccia delle sterminate pagine dei decreti con cui ci ha martellato il presidente del Consiglio, basterà qualche colpo di raggio ultravioletto e lo  metteremo subito a tacere. 

Per il momento, in questa strana fine della primavera che non sappiamo ancora se sia davvero iniziata,  c’è ancora un clima di sfiducia che si porta dietro la paura che abbiamo subito in questi mesi di isolamento (ricordiamo che ci siamo rinchiusi non per salvare noi ma il sistema sanitario) e la difficolta di tornare a combattere con una realtà che è diventata più ostile di prima, con le mancanze che la frenesia dei vecchi tempi riuscivano facilmente a farci dimenticare. Il peso della crisi economica sarà enorme e ci vorrà parecchio per superarlo. Siamo stati costretti a vivere “tra parentesi”, in una sorta di limbo di non vita o vita in sospeso. La paura si è sedimentata nel nostro inconscio mi ha detto oggi un vecchio  lettore di List.  Ha ragione. Siamo debilitati, depressi, impauriti. Ci domandiamo come faremo ad affrontare le difficoltà che ci attendono. Alla fine sto meglio a casa, a fare il pranzo in famiglia, magari una piccola siesta dopo che abbiamo letto un giornale e qualche telefonata con i colleghi di lavoro o gli amici che insistono con l’incubo di collegarsi su Zoom o House of Party. Non abbiamo nessuna voglia di tornare a combattere perché il mondo e troppo crudele e poi è  più comodo se rimango nella mia cuccia perché lavorare  non è che mi è mai piaciuto cosi tanto, è faticoso e chi me lo fa fare? Comprensibile, ma il ruggire della melanina sarà irrestibile per quella specie chiamata “noi latini”. Sempre che non ci sia una malaugurata seconda ondata che faccia terrorizzare il continente Sud un’altra volta. 

Oltre ai raggi UV, indispensabili, ci sarà anche l’euforia di tornare a vivere, il fatto che pensiamo che questo mascalzone del Covid-19 ormai lo conosciamo e la consapevolezza che il costo zero in una pandemia non è ragionevole. E un altro elemento ancora, imprenscindibile in questo scenario, la cordialità di chi ti accoglie nel suo stabilimento, ristorante, bar o albergo che sia,  farà crollare la nostra resistenza perché è piu confortevole e piacevole sentire che ti riconoscono come un vecchio cliente anche se non lo sei. Un po’ di gentilezza!  Ah, che sollievo. Insomma ci sono delle buone ragioni per sperare che ne usciremo vincenti. 

L’unica persona che io conosco che non ha fatto un solo giorno di lockdown in questi mesi è il nostro titolare. Se dopo tre mesi di martirio, dove non “non c’è in giro nessuno”, mangiando i panini dell’unico fornaio che era aperto vicino all’ufficio, dopo tutte le sere, una dietro l’altra,  che è stato fermato dai Carabinieri o ancora peggio dalla Guardia di Finanza, che gli chiedevano come se fosse una spia russa l’autocertifcazione mentre l’unica cosa che voleva era tornare a casa… se dopo tutto questo calvario (sono testimone oculare e rendo l’onore degli armi)  il titolare è tornato fiducioso a prendersi un Gin Martini al Locarno e non fa nemmeno tanto caldo, vuol dire che ce la possiamo fare anche noi. Hanno aperto i bar e stanno per aprirsi gli ombrelloni.