Hitchcock, quella volta che la mamma non volle entrare nella Grotta Azzurra

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Fonte: Roma

di Roberta Verde

Quaranta anni fa si spegneva il genio di Hitchcock, un uomo che ha saputo manovrare argutamente le emozioni del pubblico cinematografico. La sua figura, celebrata e omaggiata dai più famosi cineasti, è oggetto di continui studi e ricerche da parte degli esperti di settore e ogni volta il regista britannico è capace di stupire e di far scoprire dettagli inediti della sua produzione. La bibliografia dedicata al maestro del brivido è vastissima e spazia in tutti i campi d’indagine: il cinema di Hitchcock è un cinema che parla di eros, di psicoanalisi, di confessioni, di angoscia, di sensi di colpa, di efferati omicidi, di amore, di inattesi umorismi. È un cinema che sconvolge non solo nella narrazione ma anche nella messa in scena, costruita secondo un meccanismo perfetto. La sua è una cinematografia perennemente in biblico tra suspense e psicoanalisi, dove l’essere umano viene messo di fronte a sé stesso, costringendolo a vedere ciò che non vorrebbe vedere o ricordare (Giorgio Simonelli, Invito al cinema di Hitchcock). Chi dopo aver visto Psycho non ha affrontato un rilassante bagno con qualche timore? Chi non vede una potenziale minaccia in un gruppo di uccelli riuniti su di un filo dell’elettricità (Gli uccelli, 1963)? Chi nello spiare anche casualmente i vicini, non fa congetture su quello che avviene in quell’appartamento (La finestra sul cortile, 1954)? Hitchcock è uno straordinario maestro della tensione emotiva e con il suo stile sofisticato e non ermetico è riuscito a creare capolavori dal meccanismo perfetto. Al genio del brivido interessa la suspence, quella sottile paura che coinvolge il pubblico al punto da farlo partecipare emotivamente all’atto drammatico che si realizza sotto i suoi occhi. Lo spettatore vive in uno stato di tensione perenne, che però non deve essere necessariamente associata alla paura. Questa tensione il regista la fornisce attraverso un efficace stratagemma: nel corso del film Hitchcock inserisce alcuni indizi che restano oscuri per il protagonista della vicenda, creando uno scollamento ma allo stesso tempo una profonda identificazione dello spettatore con la vicenda narrata e suoi protagonisti. Questa tecnica, già rintracciabile nei suoi primi film e affinata negli anni, lo fece amare non solo dal pubblico americano ma soprattutto dalla critica francese che fu la prima a riconoscerne le straordinarie capacità cinematografiche (al 1966 risale uno dei libri più belli sul cinema Il cinema secondo Hitchcock, una lunga intervista a opera di Truffaut in cui Hitchcock ripercorre la sua straordinaria carriera). L’indagine che Hitchcock conduce sul lato oscuro dell’animo umano è sempre intrisa di uno spiccato sense of humor, certamente riconducibile alle sue origini inglesi. Nato a Londra nell’agosto del 1899, Hitchcock, che fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte teatrale, la geografia e la lettura, incontra il mondo del cinema nel 1920 quando viene assunto dalla Famous Players-Lasky-Studios, una società cinematografica anglo-americana (che, in seguito a una poderosa riorganizzazione, diventerà nel settembre 1927 la Paramount Pictures). Dopo aver lavorato in Germania a fianco di Murnau (esperienza che lo influenzerà molto), firma la sua prima regia nel 1925. Al 1929 risale il primo film sonoro (è anche il primo film sonoro inglese), Blackmail (Ricatto), una pellicola dalle grandi novità tecniche e linguistiche. Il successo diventa sempre più grande, e l’America inizia a inviargli continue proposte di contratto al punto che, scioltasi anche la casa di produzione britannica a cui era legato, nel 1939 si trasferisce con la famiglia negli Stati Uniti. Inizia così il cosiddetto periodo americano, il più celebre e prolifico, che durerà dal 1940 al 1976 anno del suo ultimo film Complotto di famiglia. Il mito di Hitchcock non si esaurisce solo nella lettura e nello studio delle sue appassionanti opere cinematografiche ma si sviluppa anche attorno a una ricca aneddotica, spesso raccontata da lui stesso, dalla quale emerge il suo lato giocoso e bonario. Rocambolesche, a esempio, sono le avventure vissute da Hitchcock in Italia durante le riprese de Il giardino del piacere (coproduzione anglo-tedesca girato in parte sul lago di Como) dove si trovò coinvolto in una serie di divertenti incidenti di percorso tra pellicola andata perduta, capricci della protagonista e soldi rubati. Per non parlare poi di quanto accadde durante una vacanza trascorsa nel Belpaese con la sua famiglia. Dopo aver fatto tappa a Roma e aver incontrato il Papa, fecero rotta su Napoli. Qui l’amata moglie e collaboratrice Alma fu bloccata in albergo perché colpita da un tremendo mal di gola. Hitchcock allora decise di proseguire il suo tour delle bellezze del golfo con il resto della famiglia. Giunto nei pressi della Grotta Azzurra di Capri fu involontario protagonista di un gustoso siparietto con la madre, che non voleva saperne di trasbordare sulla barchetta dei pescatori per visitare la grotta. Narratore abile delle fobie umane, il suo è un cinema empatico e coinvolgente, ironicamente nero e deliziosamente cruento. Hitchcock è sempre una garanzia, oggi come allora: la sua sterminata filmografia ha una potenza narrativa senza pari, un fascino senza tempo. Del resto, come afferma egli stesso, Il cinema è la vita senza le parti noiose.