Monsignor Vincenzo De Gregorio: «Gubitosi, insegnante di vita»

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Fonte: Il Mattino

di Donatella Longobardi

«Il vero maestro? Una persona capace di intercettare il talento in un bambino, dispensatrice di esperienza.
Una persona di una generosità senza limiti che presuppone la speranza che il proprio allievo possa superarlo». Con la consueta intelligenza e lucidità, monsignor Vincenzo De Gregorio definisce in poche parole il ritratto del maestro.

Abate della Cappella di San Gennaro, organista e maestro di Cappella del Duomo, già direttore prima del conservatorio di Avellino e poi di quello di Napoli, dal settembre 2012 è preside del Pontificio istituto di musica sacra, il conservatorio del Vaticano, a Roma. Napoli è la sua città, l’ isola di Capri, dov’ è nato, il luogo d’ elezione.

«E fu ad Anacapri, dove da ragazzino cantavo la domenica a messa, che mi ascoltò Emilia Gubitosi. Avvicinò mio padre, gestore del ristorante a picco sul mare della Grotta Azzurra, Il Riccio, ora non più della mia famiglia. Gli disse: Dobbiamo fargli studiare musica. Lui le rispose: Lo prenda. E segnò la mia vita», racconta il sacerdote. Nella casa di via Tarsia, la fondatrice dell’ associazione Scarlatti, insieme con il marito Franco Michele Napolitano, ospitò per anni il giovane caprese indirizzandolo nel mondo della musica e non solo.

È così, don Vincenzo?
«È così. Ma pensando alla mia vita giovanile, mi piace ricordare anche Filippo Veniero, un musicista caprese. L’ isola in quegli anni, dopo le chiusure del fascismo, era crocevia di molti americani e lui aveva recepito swing e jazz. Per primo mise le mie mani su una tastiera nell’ harmonium in casa di mia nonna, così ebbi il primo approccio al suono».

E la Gubitosi?
«Avevo 9 anni. Andavo a Napoli, per studiare a casa sua ogni sabato e domenica. Una full immersion di solfeggio e pianoforte. Mi trasferii definitivamente quando mi iscrissi alla scuola media, in pratica donna Emilia mi adottò. Dopo di me prese sotto la sua ala protettrice Maria Sbeglia e per lei bambina scrisse piccole composizioni».

Com’ era come insegnante?
«Non concedeva tregua. Ma come premio dopo una giornata di studio si sedeva al mio fianco per eseguire un pezzo a quattro mani. Con lei suonai i primi Beethoven, Rossini… Il martedì si andava ai concerti in Sala Scarlatti al San Pietro a Majella. La domenica al San Carlo per la pomeridiana di opere e balletti, palco di seconda fila numero 23. Dopo ogni concerto o opera mi imponeva di scrivere le mie impressioni. Mi regalò un piccolo taccuino con il taglio in oro che conservo ancora. Mi presentava gli artisti nei camerini e mi faceva dare l’ autografo: Peter Maag, Giuranna, Nikita Magaloff, Vittorio Gui».

Quindi grazie a lei, poteva avere contatti con i grandi musicisti di passaggio in città?
«Di più. Molti di loro erano invitati a pranzo in casa Napolitano-Gubitosi. Donna Emilia sedeva a capotavola, il marito alla sua destra, io alla sinistra. Quando lui morì, io passai alla destra. Ero pienamente investito del galateo dell’ ospitalità, senza compartimenti stagni. Ai pranzi domenicali prendeva parte anche Aladino Di Martino che era compositore apprezzato e dopo la direzione del liceo musicale di Foggia prese la cattedra al San Pietro a Majella. Fu così che un giorno, intorno ad un tavolo, incontrai un giovane ma già celebre Riccardo Muti. Di Martino mi insegnava armonia. E mi affidava anche piccoli lavori di orchestrazione. Cercava di aprire l’ orizzonte dell’ allievo, andava oltre».

Era un insegnamento continuo, dunque.
«Era scuola di vita. Ai concerti dovevo indossare camicia bianca, giacca e farfallino, non si poteva derogare. Piansi una volta. Mi avevano comprato una bella giacca di renna sportiva alla moda e volevo indossarla.
Non fu possibile».

Un rigore oggi inimmaginabile…
«Il vestire era un modo di porsi verso la musica con rispetto. Me ne sono reso conto con gli anni, nel prosieguo degli studi al Bianchi a Montesanto, dove feci l’ ammissione al quarto ginnasio non con il latino ma con una Sonatina di Mozart. Il direttore era padre Vincenzo Cilento, amico di Benedetto Croce. Lì mi innamorai di quel tipo di vita ed entrai nei Barnabiti.
Con generosità, a tutti era data l’ opportunità di seguire corsi suppletivi.
Enzo Marchetti mi insegnò ad accompagnare i cantanti, Bruno Mazzotta appoggiò le mie prime docenze di organo. A Roma studiai Teologia nell’ Università pontificia urbaniana e organo con Ferruccio Viglianelli e Fernando Germani, proprio nel Pontificio istituto di musica sacra che oggi dirigo».

Quale carattere di quegli insegnamenti trasferisce oggi ai suoi allievi?
«In una parola? La responsabilità.
Ho avuto migliaia di studenti cercando di imprimere lo stile datomi dai barnabiti per i quali erano due le premesse di un buon rapporto formativo: conoscere il nome di ognuno, non il cognome, in modo da stabilire una relazione personale. Ma mantenere la distanza perché troppa familiarità potrebbe diventare occasione di sgarbo. E poi dare e creare opportunità a chi può, senza spocchia verso chi non è dotato. Lo stesso Roberto De Simone, direttore al San Pietro a Majella prima di me, dava il lei a tutti. Mi colpì anche il fatto che aveva allestito nei corridoi una magnifica galleria con i ritratti di tutti i grandi musicisti napoletani: erano lo stimolo a sollecitare lo studente a sognare che un giorno anche lui sarebbe potuto entrare in quel novero. Oggi è diverso, si va su Youtube e c’ è tutto il mondo della musica a disposizione, con questi strumenti possiamo stare in contatto. In questi giorni di clausura da Covid-19, grazie alla rete forse non siamo mai stati così vicini anche se siamo lontani. In fondo siamo fortunati, i miei allievi hanno eseguito un magnifico Requiem di Mozart, ognuno da casa sua. La musica ci aiuta a non farci prendere dall’ ansia».