Focus di Massimo Maresca – Capri: l’isola della lucertola azzurra 

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Focus

di Massimo Maresca

Capri: l’isola della lucertola azzurra 

         Facendo seguito a un bellissimo articolo di Mariano Della Corte pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano “Il Mattino” e considerando la campagna di sensibilizzazione dell’associazione di pesca amatoriale «L’Amo di Capri», volta a tutelare la rarissima specie di lucertola azzurra che vive tra i faraglioni capresi, ci siamo imbattuti in un altro interessante quanto particolare articolo pubblicato il 15 novembre del 1933 sul giornale torinese “La Stampa”.

Ci troviamo proprio al centro del noto ventennio fascista e a Capri imperava il podestà, un certo don Marino Dusmet (energico e sorridente, a detta del giornalista piemontese). L’articolo, partendo dalla spiaggia assolata e calda della Marina Piccola – ancora protagonista della balneazione, nonostante l’inoltrato autunno -, spiega con arguzia i motivi per i quali Capri è ormai nota al mondo come l’isola delle Sirene. L’autore trova ironico questo appellativo, in quanto le sirene di cui parlavano greci e romani erano in realtà dei mostri rapaci e volatili con la testa umana. Nulla a che vedere con l’idea della sensuale e bellissima bionda tutta ignuda con la coda di pesce.

Il giornalista dice piuttosto – senza tralasciare bordate allo sfruttamento turistico del nome di Tiberio, della Grotta Azzurra (scoperta da poco più di cent’anni prima) e del mitico quanto mitologico Spadaro – che Capri dovrebbe vantarsi a ragione solo e soltanto di una cosa: avere sui Faraglioni la lucertola azzurra.

Colpisce molto vedere che circa 90 anni fa le problematiche, le riflessioni e le considerazioni sul vivere la nostra isola erano e restano le stesse (con qualche piccola sfumatura, chiaramente…). Soprattutto chi è più giovane rimarrà sconcertato nel sapere che addirittura qualche esemplare a quei tempi era anche tenuto in cattività nelle hall di alcuni alberghi dell’epoca… «Qualche lucertola azzurra, rassegnata e vivace, vive in prigionia — sotto vetro e reticella, in un artificiale paesaggietto roccioso — nell’atrio di qualche albergo. Non sembra soffrire della schiavitù: ha solo perduto un po’ della sua azzurrità: ma guarda con [illeggibile] il turista che l’osserva, e forse si burla di lui. Specialmente se egli è uno zoologo. Il turista zoologo, infatti, ha dovuto dichiarare al portiere dell’albergo le sue generalità: patria, età, paternità, provenienza. Ma da dove provenga la lacerta coerulea faraglionensis non lo sa ancora nessuno, in modo certo».

Ad oggi, come riportato dal Della Corte nell’articolo di qualche giorno fa su “Il Mattino”, «gli studi sono seguiti dall’ Università Federico II di Napoli e dall’ equipe del dottor Domenico Fulgione, docente zoologo»; per cui molte delle leggende attorno a questo unico esemplare si estinguono o almeno rientrano negli annali del mito. Una cosa è certa, però: la lucertola azzurra va salvaguardata. Sarebbe davvero stupido fare come recita l’adagio partenopeo “Aropp’ arrubbat, e’ port i’ fierr” (“dopo aver subito un furto, vengono messe porte meno espugnabili”), ammesso che si possa fare davvero qualcosa nel momento in cui la nostra piccola amica colorata dovesse trovarsi in serio pericolo.

Per chi desidera leggerlo, questo è il link dell’articolo integrale de “La Stampa” citato sopra:

http://www.archiviolastampa.it/component/option,com_lastampa/task,search/Itemid,3/action,detail/id,1144_01_1933_0271_0003_24905961/