Agostino Ferrente premiato a Capri, Hollywood: «Il mio Selfie e quei due ragazzi che vogliono una vita normale»

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Fonte: Il Mattino

di Titta Fiore

Agostino Ferrente chiude con un premio a «Capri, Hollywood» un anno bellissimo. «Selfie», il documentario girato al Rione Traiano con uno smartphone, protagonisti due ragazzi in cerca di lavoro e del loro posto nel mondo, gli ha dato tante soddisfazioni. Scoperto al Festival di Berlino a febbraio nella sezione Panorama, proprio a Berlino, poche settimane fa, ha sfiorato la vittoria agli European Film Awards, i premi che per il cinema del Vecchio Continente equivalgono agli Oscar. E Arte, il canale televisivo europeo, lo ha inserito tra i dieci migliori titoli dell’anno nella rassegna on line ArteKino (a proposito, si può votare fino al 31 dicembre). Prima con «Le cose belle», poi con «Selfie», Ferrente ha raccontato con delicatezza e profondità l’adolescenza nei quartieri difficili della cintura napoletana. Dice: «La violenza della fiction sullo schermo è fotogenica e anche catartica. Il documentario mette in campo le persone. È un’altra cosa. Raccontare due ragazzi che vogliono una vita normale, quando invece sarebbe facile cedere alle tentazioni della criminalità, è la nostra vera sfida».I protagonisti, Alessandro e Pietro, sono sedicenni come lo era Davide Bifolco, ucciso in quel quartiere nel 2014 da un carabiniere che lo inseguiva avendolo scambiato per un latitante.«Appunto. Volevo mostrare la morte parlando della vita, per far capire come sarebbe stata l’esistenza di Davide se non fosse stato ammazzato. Io sono nato a Cerignola in una zona popolare e conosco le logiche, perché nelle periferie si parla ovunque la stessa lingua. Quando ho scoperto la storia di Davide mi sono sentito tirato in ballo».Nel film Alessandro faceva il barista e Pietro voleva diventare un parrucchiere. E ora?«Ora il primo gestisce un bar e l’altro un bel salone da parrucchiere. Si sono visti nel documentario come in uno specchio, hanno capito tante cose. Sono stati bravissimi a recitare e si sono divertiti a girare le scene con il cellulare, ma non si sentono attori né tantomeno registi. Non hanno avuto il down del post-debutto, li ho preparati. Io stesso, che lavoro nel ramo da molti anni, continuo a definirmi un dilettante. Il mio lusso è fare le cose che mi piacciono».Cosa ha imparato da «Selfie»?«Che ragazzi come quelli del docufilm sono eroi. Potrebbero cedere, invece hanno deciso di resistere. Il Rione Traiano è diventato la piazza di spaccio più grande d’Europa e in un luogo dove si nasce con un destino già scritto Pietro dice: La meglio guapparia è l’onestà. Mi sembra una risposta importante».Ha nuovi progetti?«Penso a qualcosa di diverso, vorrei respirare un po’. Un regista di documentari non ha a che fare con personaggi di fantasia, entra nella vita degli esseri umani e ne sente la responsabilità, ho sofferto troppo. Girerò un film ibrido di finzione, sempre sul tema dell’infanzia. E poi ho un sogno nel cassetto: vorrei lavorare con Christian De Sica. Lo ammiro moltissimo e sono anche portato per il pop e il melodramma. So che è una star, ma sognare non costa niente».Gliene ha mai parlato?«Non mi è capitato, però una volta proposi ad Aurelio De Laurentiis il seguito di Vacanze di Natale, un film con gli stessi personaggi trent’anni dopo. Purtroppo credo di essere arrivato fuori tempo massimo».