Focus di Massimo Maresca – Moby Dick a Capri

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Focus

di Massimo Maresca

 

Moby Dick a Capri?

 

         L’arrivo del mal tempo, direbbe qualcuno, è stato inesorabile e, come ogni anno, è emersa l’impreparazione oggettiva delle infrastrutture, sia del secolo passato che dell’anno scorso – che pare faccia lo stesso -, a sostenere le conseguenze dei numerosi litri di pioggia e del vento (vedi energia elettrica che viene meno sulla provinciale di Anacapri, all’altezza del Bellavista, oppure i tombini in svariati angoli dell’isola che non lasciano fluire l’acqua a dovere, andando a creare per forza di cosa simpatici laghetti [vedi via Tiberio], senza nominare i disagi alle due marine, ecc. ecc…). Insomma scene da panico che solitamene suscitano l’ilarità di chi durante l’estate ha sfruttato la situazione e magari adesso, da un posto caldo e assolato, saluta e sorride. Insomma una situazione, questa che si sta verificando nella prima metà di novembre, degna di un gran bel libro.

         E proprio da un gran bel libro traiamo un’interessante considerazione su cosa significhi stare in un porto sicuro e cosa, invece, comporti restare in balia di una tempesta. “Moby Dick” è un romanzo del 1851 scritto da Herman Melville e narra in sostanza la storia di una nave condannata ad essere affondata da una balena gigante. A un certo punto della narrazione, il protagonista Ismaele si ritrova a descrivere al lettore un marinaio dell’equipaggio, e per rendere l’idea di come si sentisse quell’uomo propone una potente allegoria, tale da trasmettere sensazioni empatiche che si collegano ai disagi vissuti a Capri. «Dico solo questo: la sua sorte fu quella di una nave sbattuta dalla tempesta, che vaga miseramente lungo una costa a sottovento. Il porto le darebbe riparo, il porto è misericordioso, nel porto c’è salvezza, comodità, un focolare, una cena, delle coperte calde, degli amici, tutto ciò che è gradito a noi poveri mortali. Ma in una tempesta il porto, la terra, è il pericolo più terribile per una nave. Essa deve fuggire ogni ospitalità; un solo contatto della terra, anche solo una carezza alla chiglia, la farebbe rabbrividire da cima a fondo. Con tutte le sue forze, la nave spiega ogni vela per scostarsi. E nel farlo, combatte proprio contro quei venti che la vorrebbero spingere verso casa, va cercando di nuovo tutta la mancanza di terra di quel mare infuriato. Si getta nel pericolo disperatamente, per amore di un riparo. E il suo unico amico è il suo nemico più feroce». Melville sembra voler dire, anche se non lo fa, che il momento migliore per attraccare (ed essere pronti al tempo della tempesta) è quando il clima è sereno e si può intervenire…

         Purtroppo capita che invece, quando v’è l’opportunità, non si faccia ciò che andrebbe fatto, con le automatiche conseguenze. Le lamentele non servono a nulla, ma riflettere sugli sbagli forse aiuta e insegna, liberandoci dal perseguire e perseverare su strada non buone per la nostra terra, la nostra meravigliosa ed unica isola di Capri. Altrimenti, per forza di cosa, dovremmo arrivare a pensare come Ismaele – protagonista del romanzo citato – e preferire la tempesta alla salvezza della nostra terra: «Ma la verità più alta, senza rive, indicibile come Dio, è soltanto nell’assenza di terra: e allora meglio subissarsi in quell’infinito ululìo, piuttosto che essere sbattuti vergognosamente a sottovento, anche se in questo è la salvezza». Una salvezza su cui riflettere.