“Ha aperto la pizzeria a Capri, ci deve dare altri mille euro”

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Fonte: Roma

di Luigi Nicolosi

NAPOLI. L’ inarrestabile ascesa del clan Sibillo correva a velocità famelica su due binari paralleli. Il traffico di droga da un lato, con l’ impegno in prima linea degli esponenti della famiglia Napoletano, in particolare di Giosuè, padre del babykiller Antonio “‘o nannone”, ma anche di Giovanni Ingenito e Giovanni Matteo (questi ultimi indicati dalla Dda come gli attuali reggenti della cosca), oltre che di Vincenza Carrese, giovane moglie del boss detenuto Pasquale Sibillo. Ma era soprattutto sul fronte del racket che i nuovi uomini della “paranza” mostravano tutta la propria spregiudicatezza.

Stando alla ricostruzione della Procura, nel mirino della cosca di San Gaetano sarebbero finite almeno due pizzerie, “Il Presidente” e “Sofia”, e la macelleria -salumeria “Sole”. Diversi uomini del clan Sibillo, vale la pena ricordarlo, erano già finiti in manette nella scorsa primavera per le tangenti imposte alla pizzeria “Di Matteo”.

Una vera e propria strategia del terrore.

La consorte del babyboss, che tutti nel quartiere conoscono con l’ appellativo di “Nancy”, portava le “imbasciate” del compagno ai cugini reggenti, teneva sotto controllo la cassa, conteggiando le entrate e le uscite e, soprattutto, riscuoteva anche il pizzo come quando ha convocato a casa dell’ abitazione della famiglia Napoletano i titolari della pizzeria “Il Presidente” per intascare il denaro settimanalmente. Tra l’ estate del 2016 e l’ aprile del 2017 avrebbero versato nelle mani del clan Sibillo 1.900 euro. Oltre alle note pizzerie dovevano pagare il pizzo numerosi negozi di via dei Tribunali, uno dei decumani partenopei e zona turistica particolarmente famosa, come il noto “Bar Max” e la salumeria e macelleria “Sole”. Le date dei prelievi erano quelle tradizionali per gli uomini di camorra: Ferragosto, Natale e Pasqua, e le somme erano destinate, riferivano gli estorsioni ai “carcerati”.

Poi, se clan e vittime non si mettevano d’ accordo sulle cifre da pagare, scattavano le ritorsioni, come i colpi di pistola esplosi contro la saracinesca della pizzerie “Di Matteo” nella notte dello scorso 25 febbraio.

Da questa indagine è però emersa anche una nota positiva. Uno degli imprenditori taglieggiati dal clan, Gennaro Sole, titolare insieme al fratello dell’ omonima ma celleria, il 18 maggio del 2017 ha trovato il coraggio di squarciare il muro di omertà e silenzio raccontando tutto alle forze dell’ ordine.

Stando a quanto emerso dalla sua denuncia, gli indagati Luca Capuano e Francesco Pio Corallo, già detenuti per altro, avrebbero avvicinato lui e il fratello Franco avanzando una richiesta a prova di equivoco: «Ci dovete dare il regalo per i nostri carcerati. Ci dovete consegnare 2.550 euro. Iniziate a preparare i soldi, poi vi facciamo sapere noi dove dovete consegnarli. Intanto avete portato i 1.000 euro? Ci sono tutti?». Un copione che, a partire dall’ estate del 2015, si è ripetuto con analoghe modalità anche ai danni di altre importanti attività commerciali del quartiere. Vincenza Carrese, Giovanni Ingenito e Giovanni Matteo, ad esempio, avrebbero a vario titolo messo sotto estorsione anche Massimiliano Di Caprio, titolare della pizzeria “Sofia”, e tale “Genny Sen Up”:«Sofia – dicevano ignari di essere intercettati caccia 1.000 euro all’ anno e almeno altri 1.000 li deve dare visto che si è aperto la pizzeria a Capri e sta facendo soldi a tonnellate».