Focus di Massimo Maresca – Un’esperienza d’alta stagione

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UN’ESPERIENZA D’ALTA STAGIONE 

di Massimo Maresca 

A proposito di lavoro! Ma com’è lavorare a Capri?

La domanda sorge a circa sette giorni dall’inizio del Convegno Nazionale dei Giovani di Confindustria, perché a fare da proemio all’evento è stato un discreto gruppetto di operai della Whirlpool di Napoli per chiedere aiuto agli imprenditori ed essere sostenuti nella loro battaglia…

La domanda su come sia lavorare sull’isola dell’amore nasce anche dal fatto che proprio in questi giorni molti esercizi commerciali sono in via di chiusura per una ‘piccola pausa’ di qualche mese.

Abbiamo avuto l’ardire di chiedere a uno di questi lavoratori isolani cosa significhi la sua esperienza e cosa comporti nella vita pratica. Questi ha preferito rimanere anonimo, e noi rispettiamo questa comprensibile scelta.

«Lavorare a Capri può sembrare bello ma non sempre lo è. Infatti nel periodo di alta stagione si raggiungono picchi di stress molto elevati e dove non si ha il tempo di coltivare i propri hobbies, stare con i propri cari e altro». Effettivamente in un luogo invidiato in tutto il mondo, dove la presenza turistica è elevatissima, ci si aspetta di trovare una situazione faticosa. 

«Una delle più grandi difficoltà, che non si sopporta proprio, è l’arroganza di qualcuno a vari livelli (non scendo nei particolari). Penso che quando ci si rispetta tutto scorre regolare e tutti stanno bene. Ma non sempre è così e per non perdere il posto di lavoro si preferisce tacere». Un problema che magari non sempre si vuole guardare. C’è poco da fare: il senso comune ci insegna che per risolvere una difficoltà si rende necessario osservarla e comprenderla a fondo in tutte le sue sfaccettature, individuandone i motivi profondi. A seguire si interviene. Forse siamo ancora nella fase di osservazione…

Alla nostra domanda su cosa invece ci sia di positivo e bello nell’esperienza lavorativa caprese – tanto per equilibrare l’ago della bilancia -, il nostro pittoresco stagionale ha sbottato: «Non voglio essere negativo! Cerco solo di essere sincero. Se c’è qualcosa che non va bisogna farla presente, con cautela… La positività di questo lavoro è che ti permette di sopravvivere, ma facendoti comunque perdere l’essenzialità della vita. Non vedo altro».

Parole che ci lasciano in un limbo mentale e non ci fanno capire: lavorare come forsennati per circa metà anno (senza avere tempo sufficiente per famiglia e affetti, interessi, incombenze domestiche, responsabilità parentali, ecc.) e poi restare eccessivamente ‘liberi’ per il resto dei mesi, tutto ciò è davvero logorante, come qualcuno dice, oppure sta bene a tutti coloro che ormai sono assuefatti a ritmi del genere? Perché il punto sta proprio nel fatto che questo stile generale ha influenzato, nell’arco di qualche decennio, l’intera società isolana (chissà con quanta consapevolezza…) e le relazioni strutturali di cui la nostra comunità è composta. A quale prezzo? A quale guadagno? Per il guadagno di chi? E a spese di chi?