Toibin al Malaparte: «Nel nostro Paese nessuno vuole il muro»

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Fonte: www.ilmattino.it

Classe 1955, scrittore, ma anche giornalista, critico letterario, spesso in prima linea nelle battaglie per i diritti civili, Colm Toibin, l’acclamato autore di Brooklyn, voce irlandese nel ndo, sbarca a Capri celebrato con il XXII Premio Malaparte per il suo ultimo libro La casa dei nomi (ed. Einaudi) dedicato alle figure classiche dell’Orestea. Un storia, racconta, «nata mentre lavoravo in teatro su un altro progetto, Testamento di Maria. Improvvisamente lei mi sembrò un mito di una tragedia greca». Per accoglierlo arriva anche lo storico presidente del Premio, Raffaele La Capria, 97 primavere, felice di aver scelto ancora una firma di notorietà mondiale.

Parla subito dell’attualità, Toibin: «In Irlanda nessuno vuole vedere il ritorno dei muri e del confine. Come idea è la stessa del muro di Berlino. Credo che i governi dei vostri paesi, in particolare la Merkel che è venuta a vedere la situazione, lo abbiano capito meglio dei nostri. Bisogna trovare una soluzione diplomatica per aggirare il problema».

 Toibin, che capisce perfettamente l’italiano, ringrazia generoso raccontandosi senza reticenze, dalla politica alla morte del padre quando aveva solo 12 anni fino al cancro ai testicoli cui ha dedicato un testo pubblicato ad aprile sulla London Review of Books. «L’Italia? Alcuni suoi paesaggi rocciosi mi ricordano in po’ l’Irlanda – racconta sullo sfondo dei faraglioni capresi – Italia vuole dire cinema e quello degli anni 70 ha fatto al differenza per tutti. Poi poeti, come Montale. Narratrici, come Natalia Ginzburg, che sto leggendo ora e naturalmente Curzio Malaparte». Dopo la proiezione del film di John Crowley tratto dal suo Brooklyn (e dopo un esilarante racconto sul triste destino degli autori di romanzi alla scintillante serata di consegna degli Oscar) sarà oggi del convegno The music of silence: writing from an island e domani alla Certosa di S. Giacomo per ritirare il Malaparte, che torna sull’isola per l’ottavo anno supportato da Ferrarelle. «La Brexit, che devo dire, noi in Irlanda guardiamo questa situazione con orrore», spiega, tornando con la mente agli anni del muro che divideva in due il suo paese. «Ho a lungo camminato lungo quella frontiera. Da lì è nato il mio libro Bad blood», dice. «Oggi sembra che tutte le emozioni negative che sono state tradizionalmente attribuite a noi irlandesi, come una certa irrazionalità in politica, un nazionalismo e un sovranismo estremo, si siano improvvisamente dissolte per trasferirsi nell’isola vicina, in Inghilterra, con una rinnovata potenza esplosiva. Stiamo assistendo a un periodo di pura follia, condita da suicidio economico e demenza sovranista». Un momento «infausto per le due isole», che si stempera in un sorriso solo quando si nomina la Corona inglese, sua grande passione. «La monarchia sopravviverà anche dopo Elisabetta – dice – Ma non fatemi scegliere tra Kate e Megan, tengo alla vita», ride.

E ancora, l’ambiente. «Greta Thunberg ha assolutamente ragione – prosegue – é molto difficile per i politici prendere certe decisioni, che farebbero magari chiudere fabbriche e perdere voti alle elezioni». E la scrittura. «E’ come una stanza piena di cose che non conosci – riflette – Non voglio dire che la scrittura sia svelare tutto, ma è come entrare per sbirciare cosa c’è dentro». La prossima stanza è già lì ad attenderlo, con un nuovo libro. «E’ quasi ultimato. Parla di Thomas Mann, il grande scrittore tedesco, che andò in esilio volontario nel 1933, all’ascesa al potere di Hitler, che nel ‘38 si trasferì negli Stati Uniti e che nel ‘40 si stabilì a Los Angeles. Un romanzo sul suo esilio lontano da casa, ma con i pensieri sempre ancora lì in Germania, sebbene vivesse in quel paradiso che era al tempo la California».