Focus di Massimo Maresca: Studere… studere…

0
230

Focus

di Massimo Maresca

 

Studere… studere…

 

Finalmente l’anno scolastico è ripartito e i numerosi figli di Capri ritornano ad affollare le strutture, vecchie e nuove, della conoscenza. La parola scuola indica in generale un’attività organizzata e metodica per l’insegnamento di una o più discipline, che si volge alla trasmissione e all’acquisizione di conoscenze antiche e nuove e che purtroppo viene percepita più comunemente come un’istituzione organizzata che istruisce e forma.

Vedendo di prima mattina i tantissimi ragazzi e ragazze che, dai 6 ai 19 anni, non vedono l’ora di impegnare le loro energie mentali per crescere e migliorarsi (…), scatta nella mente dei più grandi il proverbiale pensiero “studere, studere… post mortem quid valere?”, perché in effetti il nostro apparato scolastico attraversa uno dei periodi probabilmente più complessi degli ultimi decenni, messo continuamente in crisi rispetto al suo valore e alla sua efficacia.

È vero: la scuola stenta a mutare, nonostante tanti docenti cerchino di rendere migliorare i metodi educativi. Per cui i copiosi cambiamenti all’interno della società sembrano rendere la scuola anni luce indietro, e la tristezza nasce dall’accorgersi che spesso i nostri ragazzi non hanno subìto alcuna influenza in tutti gli anni trascorsi ad acquattarsi tra i banchi, ritrovandosi al termine di un lungo percorso inabili alla vita pratica. Ci sono alcune evidenze, però, che possono stimolare la nostra riflessione, tanto per non perdere la speranza in un avvento formativo più pregnante e maggiormente adeguato alla società dell’uomo di questo millennio.

La scuola educa, cioè accompagna da un lato a tirar fuori il meglio di sé, cose che già abbiamo dentro, in un certo senso (capacità cognitive, conoscenze di mezzi e valori, creatività innata in ognuno), e dall’altro a portare per mano verso una capacità il più possibile “libera” da schemi e compromessi che possano inficiare ogni tipo di relazione.

La scuola forma, cioè realizza, dà forma a ciò che con la persona è stata in grado di far emergere nel corso dei primi anni, a tutta la materia in sé plastica che appartiene già all’alunno, quella che secondo una certa filosofia spiccia verrebbe da chiamare “sostanza”.

 La scuola informa, cioè fornisce notizie, nozioni e altre conoscenze, mette al corrente perché ciò che si è riusciti a formare possa ingrandirsi, prendere spazio, allargarsi di misura, sia in quantità che in qualità, e raggiungere un certo stabile vigore.

La scuola riforma, cioè ritorna sulle conoscenze già acquisite per riprenderle tra le mani, con più slancio, e rilanciarle ancor più in avanti, come fosse una nuova formazione, una rinnovata opera del plasmare le nozioni alla luce di altre consapevolezze e ottiche differenti o, addirittura, divergenti; si tratta a tutti gli effetti di una ricostruzione vera e propria.

La scuola trasforma, cioè riesce ad influire sui cambiamenti del carattere e delle idee, proprio perché è stata essa stessa – per prima – in grado di riconoscerle e apprezzarle, farle respirare e crescere, mai trattando con sufficienza alcun sospiro di pensiero.

La scuola, alla fine, performa, cioè da un lato rende capaci gli studenti di realizzare qualcosa di soddisfacente, dall’altro mette in concreto le basi di una società che non ignora il suo passato, i suoi padri, le conoscenze tramandate: getta le fondamenta per una cultura che ingloba e non estromette, che rispetta e non demonizza, che accoglie e che sceglie per sé ciò ritiene più bello, buono e vero, insomma una società che vive (e non sopravvive…).

La paura più grande che dovremmo iniziare almeno pallidamente a percepire nascerebbe proprio dal riconoscere sinceramente che, il più delle volte, la nostra istituzione scolastica è schiava di aule, registri, programmi ministeriali ed altre “cosette” simili. Dovrebbe quindi essere una paura salutare, in grado di far drizzare le antenne per guardare alla nostra scuola di oggi quando non accompagna a tirar fuori il meglio, quando non porta per mano verso capacità “libere”, quando non dà forma alla sostanza, quando non fornisce sufficienti nozioni e conoscenze, quando non rinnova nel confronto con ciò che è divergente, quando non influisce su caratteri e idee, quando non rende capaci di realizzare qualcosa di soddisfacente e soffoca la nascita di una cultura senza chiusure. Dovrebbe essere una paura, la nostra, che parta dall’indignazione per tutte le volte che l’istituzione conforma, spingendo semplicisticamente ad adattarsi, adeguarsi o uniformarsi, e deforma, alterando, distorcendo e falsando ogni possibile opportunità di essere seriamente ciò che si è.