SANT’ANTONIO E IL SUO DONO

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FOCUS di Massimo Maresca 

SANT’ANTONIO E IL SUO DONO

Una delle curiosità isolane che non sono inserite nell’ingranaggio della speculazione turistica ma che dice moltissimo del tessuto sociale di una buona parte dell’isola di Capri è la statua di sant’Antonio, o meglio il tempo in cui essa è custodita. Per chi non lo sappia, il simulacro antoniano è chiuso a chiave gelosamente nell’armadio ligneo che si trova nella sacrestia della chiesa parrocchiale di Santa Sofia ad Anacapri e soltanto una volta l’anno (tendenzialmente il 12 giugno) viene liberato dalla sua cassaforte marrone per essere intronizzato ed esposto alla devozione dei fedeli per una quindicina di giorni.

Ed ogni volta che ci si ritrova a vivere questo momento delicato (l’esposizione della statua, appunto) c’è sempre qualcuno che si domanda il perché. Perché fare tanto baccano per una statua di legno? Perché riservare a un oggetto inanimato, per quanto artisticamente rilevante, tanta attenzione? Ma soprattutto, per quale benedetto motivo per circa 350 giorni l’anno nessuno può vedere sant’Antonio, che sta sigillato nel suo sarcofago in sacrestia?! 

La risposta è semplice, anche se non è immediata, e, come ogni cosa semplice, ha bisogno di essere spiegata.

Questa dinamica appartiene alle realtà che non possono essere date per scontate. Ecco tutto.

Non può essere data per scontata la stima di un figlio verso il padre. Non può essere data per scontata una giornata di sole in piena estate. Non può essere dato per scontato che domani ti sveglierai per impiegarti nelle tue solite faccende. Non può essere dato per scontato il tuo matrimonio. Non può essere neanche dato per scontato che andando al capolinea degli autobus tu trovi il mezzo pronto e disponibile per portarti lì dove sei diretto. E addirittura manco si può dare per scontato che dopo l’uno ci sia il due, perché un matematico ti spiegherebbe immediatamente che non è esattamente così.

Ecco. La statua di sant’Antonio non è scontata per nessuno. Il suo “svelamento” è un evento, e lo è sempre. Rappresenta una grazia, una provvidenza, un dono per chi la sa attendere tutto l’anno. Un dono che richiama a una relazione sacra che ogni fedele prova a vivere, a suo modo, ogni giorno.

Questa storia ha dell’incredibile perché in un mondo di cose automatizzate ancora esiste qualcosa che valga la pena di essere desiderata. Lo dicono la calca di persone, la commozione degli astanti, la presenza dei bambini all’intronizzazione del “santo dei miracoli”.

Anacapri ha da insegnare a tutti, attraverso questo viscerale momento, che nulla (ma proprio nulla) vada mai dato per scontato. Così, se gli occhi incontreranno in questi giorni i sorrisi di un paese in festa, il cuore potrà gioire ancora e lasciarsi stupire dalla meraviglia di un desiderio appagato, di un dono ritrovato.