Focus di Massimo Maresca – Tra rispetto e azzardo: l’equilibrio di Almartino

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Alla domanda: «Lo sai che quello che fai piace a tanti?», la risposta arriva dritta e puntuale: «So che a qualcuno piace la mia musica. So che qualcun’altro non la gradisce. È giusto sia così. In fondo la musica la faccio per me stesso. Mi appaga». Entrando nella sua semplice dimora in zona Follicara, Anacapri, si è subito pervasi da un senso di silenzio e di ascolto, come se l’abitazione stessa abbia la potenza di riecheggiare le armonie ancestrali del maestro Almartino, al secolo Pasquale De Martino, classe 1968. Fu il maestro Michele Russo, di compianta memoria, a introdurlo in maniera più strutturata nel misterioso mondo della musica e battezzarlo con questo nome d’arte. Le sensazioni sono molte, attivate da un uomo che non fa baccano e che quasi sfiora il pavimento – non tanto per la sua magra e slanciata figura, quanto per quello sguardo che carezza ciò che guarda.

Almartino è una persona interessante che va assolutamente conosciuta da chi, purtroppo, non ha ancora avuto modo di farsi smuovere le viscere dalla sua arte e verrebbe da definirlo un essere musicale a tutto tondo, che non si fa fermare – nelle sue espressioni musicali – da nessun limite. I limiti li batte, li percuote… e ne fa ritmo.

Quando racconta di sé fa riferimento a un piccolo aneddoto quando, da bambino, batteva con le mani uno dei piedi del tavolo in cucina, perché le vibrazioni che ne derivavano gli davano piacere. «Penso che la musica sia qualcosa di innato», dice lui, come se stesse evidenziando un che di scontato per chiunque. «Fin da piccolo, tutto ciò che era legato al suono mi attraeva». Ed è grazie al caro maestro Michele Russo, al quale resta grato, che Almartino comincia ad apprendere le nozioni base della musica, le tecniche pianistiche e non solo: viene affascinato dal sassofono del suo precettore. «Da lì è partita la folgorazione», confida con una luce negli occhi, «anche se non mi definisco affatto un sassofonista. È da lì che è esplosa in me la passione per i flauti etnici, infatti ne possiedo più di trecento; una passione così forte che a un certo punto ho cominciato a fabbricarne molti da me stesso, come ad esempio i flauti giganti di bambù». È bene ribadirlo: si resta affascinati da tutto questo, soprattutto perché la musica non è la sua principale fonte economica per campare. 

Almartino si interessa a tutto ciò che faccia musica e ritmo (come le monetine e la carta di credito nelle tasche dei pantaloni…), non bada molto al fatto che lo strumento sia a corde, a fiato, a percussione, o che si suoni con le mani o con il naso… «Non sono legato solo a strumenti acustici. Ho un background sui sintetizzatori, per cui mi servo della tecnologia per la mia musica», a cui dedica in media circa cinque ore al giorno. Egli va dove gli piace, come quando si interessò a uno strumento svizzero inventato nel 2000, l’hang, e se ne fece fabbricare alcuni su sue specifiche direttive; oppure quando si fece costruire dal liutaio Gabriele Bombardi, suo amico, uno strumento elettroacustico a due corde, che ha chiamato sitheru. Almartino ci tiene a precisare: «Regolarmente scrivo la mia musica. Ciò che sento, scrivo»; e alla domanda su cosa gli abbiano donato tutto il tempo e le energie impiegate per la musica, risponde secco: «Quando suono sono sereno». Risiede in questo, molto probabilmente, la motivazione che sospinge la sua arte, insieme alla consapevolezza che vivere sull’isola di Capri abbia influenzato non di poco la sua opera e la sua sensibilità. Dice perfino: «Sono stato fortunato perché ho avuto un contesto familiare favorevole».

Almartino è una delle figure belle del panorama isolano e Capri può andarne fiera. Vanno impiegati tempo, energie e il prezioso suono della serenità, e tutto il resto trova la sua stabilità, così come il Maestro desidera svelarci: «Mi attengo a ciò che sento di fare. So che le regole ci sono, le rispetto ma so anche che posso azzardare. E se mi piace, lo faccio. Ci vuole molto equilibrio in questo». Ed è sull’equilibrio di questo artista che si riesce a scorgere uno dei segreti dell’isola di Capri: la bellezza rende sempre belli coloro che, invece di chiuderla in pacchetti da vendere, restano aperti alle vibrazioni della sua plurale manifestazione.