Le pietre e il popolo. Così il belvedere di Capri è diventato proprietà privata

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(Fonte: Il Fatto Quotidiano)

“Il Comune di Capri, responsabile di un patrimonio naturale consacrato dalla storia, si propone al mondo come luogo di incontro delle genti per ricercare, attraverso il valore della bellezza, l’ ideale dell’ amore, della solidarietà e della pace tra i popoli”. Non solo turismo di lusso, dunque: l’ articolo 1 dello Statuto del Comune di Capri esalta il ruolo politico, nel senso più alto, di quello straordinario bene pubblico che è il suo paesaggio. Un messaggio universale, una battaglia necessariamente locale: contro la privatizzazione progressiva di quella bellezza.

Quando si percorre un sentiero tanto antico da essere associato al nome dell’ imperatore Tiberio e ci si trova improvvisamente di fronte un cancello, e a una scritta in vernice bianca che ammonisce, dal selciato, a non violare la terribile “proprietà privata”, ebbene la sensazione è quella di subire un’ amputazione. Alla bellezza come “luogo di incontro” evocata dello statuto comunale, subentra la bellezza come luogo di esclusione.

Quel sentiero porta all’ Arco Naturale: un tratto di costa che aiuta a capire cosa intendesse Concetto Marchesi quando, rifacendosi alla costituzione di Weimar, propose all’ Assemblea Costituente un primo embrione di quello che diverrà l’ articolo 9, in cui la Repubblica si impegnava a proteggere i “monumenti naturali, e le vedute panoramiche”. Un monumento naturale: nessuna definizione è più adatta a questo stupefacente Arco, che sembra uscito da un quadro di Salvator Rosa.

La battaglia per l’ Arco che oggi infuria nei tribunali della Repubblica, non comincia ora.

La ricercatrice Alessandra Caputi ha trovato, nell’ archivio dell’ Istituto Croce, una splendida lettera di Raffaele La Capria a Elena Croce del 10 ottobre 1981. Lo scrittore invitava la figlia di don Benedetto, e fondatrice di Italia Nostra e del Fai, a inviare al Corriere della sera, a Repubblica e al Mattino “una lettera corredata da una decina di firme” in cui si denunciasse la “speculazione dei privati” sul terreno che “copre tutta la conca dell’ Arco Naturale”. “Io stesso – aggiungeva La Capria – ho visto la casetta, l’ antenna, i lavori sospesi e la strada ‘nuova’ iniziata per una decina di metri: quello che ho visto con i miei occhi è abbastanza eloquente e non offre altre spiegazioni”. Cos’ era dunque successo? La bozza della lettera da inviare ai giornali, stesa da La Capria, è esplicita: “La signora GV che abita a Roma compra a Capri per centomila lire nel 1940 settemila metri di terreno. Nel 1970 con un successivo acquisto quei metri diventano 15 mila. È nuda roccia scoscesa, coperta qua e là di arbusti e macchia, ma è uno dei luoghi più belli e intatti e selvaggi dell’ isola, quello che si può ammirare dalla stradina che porta all’ Arco Naturale. A pochi metri dal belvedere c’ è una casupola, anzi un cubo di pietra che una volta serviva come deposito per la legna, una costruzione non più grande di tre metri per tre. La signora GV , ben sapendo come vanno le cose in Italia, dove quel che è fatto poi resta, pensò di trasformare il deposito di legna in una stanza, e vi aggiunse un altro cubetto per i servizi. E così ecco l’ embrione di una casa, sulla quale (quasi a svelare le intenzioni della signora) già svetta l’ antenna della televisione. Poiché anche l’ Arco Naturale è incluso nel territorio della signora, dunque è suo (o per lo meno tale essa lo considera) la proprietaria decide di correggere il tracciato della stradina che a zig zag porta al Belvedere, tagliandone fuori una curva, in modo da riservare tutto per sé e per la sua futura casa uno dei due belvederi dell’ Arco Naturale”.

La profezia di La Capria, manco a dirlo, si è rivelata esatta: e i cancelli e le scritte apparsi pochi mesi fa sono l’ estrema conseguenza di quell’ acquisto del 1940 e soprattutto del modo “in cui vanno le cose in Italia”.

In quella lettera del 1981 si prospettava una soluzione radicale, in effetti l’ unica possibile: lo Stato avrebbe dovuto decidersi “a comprare, sottraendola ai privati, quella parte di Capri, Arco Naturale compreso, che dovrebbe essere patrimonio di tutti”. Non andò così: e oggi la battaglia per l’ ambiente di Capri si è fatta difficile.

Nel giugno 2018 il Tar ha dato ragione alla proprietaria della villetta (oggi diversa da quella che realizzò l’ abuso edilizio), smentendo che la via Arco Naturale si biforchi.

Il Comune di Capri, nonostante le ottime intenzioni, si è difeso male – come ha evidenziato il giudice -perché ha sbagliato la qualificazione del tipo di abuso. Ma non c’ è alcun dubbio, come dimostrano cartografie e perizie dei primi del Novecento, che il sentiero fosse demaniale e che la biforcazione cancellata dalla villetta di cemento invece esistesse eccome.

Ora si aspetta la sentenza del Consiglio di Stato: se fosse avversa al Comune e agli ambientalisti sarebbe una specie di ‘bomba libera tutti’. Mimmo Oliviero, fondatore del Comitato pro sentieri di Capri, teme che il sentiero demaniale scompaia definitivamente, attraverso la privatizzazione anche del ramo che conduce al belvedere, dove già era comparso il cartello “proprietà privata” nel 2018, poi rimosso dopo le proteste di associazioni e comitati. Cosa deciderà il Consiglio? C’ è solo da sperare che resti fedele a quanto ha affermato in una sua sentenza del 29 aprile 2014: “Il paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato”. Così sia.